Un'altra idea di mondo. Intervista a Toni Servillo
09 ottobre 2025
di Angela Consagra
La stagione del Teatro della Toscana si identifica nelle parole: L’ALTRO SGUARDO. Oltre e dentro i tuoi occhi chi abita?. Lei dirà sul palcoscenico della Pergola L’altro sguardo di Antonio Neiwiller. Come descriverebbe questo altro sguardo a cui allude il titolo?
Antonio Neiwiller è stato per me il compagno di numerose avventure teatrali e con lui ho condiviso il set nella nostra prima esperienza cinematografica, Morte di un matematico napoletano diretto da Mario Martone nel 1992, anche lui all’esordio nella regia. Antonio è stato un poeta della scena. Un regista, un artista visivo e un attore, che ha creato spettacoli indimenticabili. Possedeva un’importante capacità, quella di sviluppare sia una dimensione astratta legata al suo rigoroso lavoro di ricerca teatrale laboratoriale, sia una dimensione figurativa da attore capace di reinventare in scena, con assoluta originalità, la tradizione napoletana, negli spettacoli di Leo De Berardinis o interpretando testi di Enzo Moscato. Di Antonio come attore forse se ne parla troppo poco, ma è stato un attore straordinario. Sentiva dentro di sé la tradizione – che rappresentava il cuore caldo di Antonio – di questa grande scuola napoletana che abbiamo alle spalle. Io dico spesso di essere un attore italiano di scuola napoletana, ed è un mio vanto, così come credo che lo stesso valga per Antonio. Lui aveva una tale capacità di guardare oltre la tradizione, odiandola anche, e contrapponendosi ad essa. Come certi grandi sperimentatori nel genere del romanzo, che hanno fatto sentire la vita ancora prima di raccontarla e, nel momento in cui l’hanno raccontata, ne hanno fatto provare tutta l’intima malinconia. Antonio faceva sentire la vita prima di recitarla e, dopo averla recitata, restava una estrema malinconia.
In questo senso, Antonio Neiwiller era un attore di grande tradizione e al tempo stesso un grande innovatore.
Alcune frasi di Neiwiller, molto belle, risuonano ancora tra i suoi scritti (“il tempo in cui girano altri tempi e tu non puoi avere che il tuo tempo”). Oggi – utilizzando un termine dello stesso Neiwiller – il suo pensiero sarebbe ancora clandestino?
Antonio ha lottato tutta la vita per un’arte libera, alla ricerca di una morale profonda. Per lui, il passato e il futuro non esistono nell’eterno presente del consumo e del profitto. Ecco perché in questo scenario occorre andare in un’altra direzione, mutare lo sguardo e testimoniare anche con la propria arte un’altra idea di mondo, recuperando in scena tutta la propria libertà e autonomia creativa. Il lavoro di Antonio Neiwiller è l’occasione, attraverso il teatro, di riflettere su una condizione che ci unisce tutti, legata al presente più vivo, e come antidoto ai nostri tempi frettolosi. Il teatro è un luogo in cui pubblico e attori si rispecchiano per porsi delle domande, riflettere sul proprio destino e cercare un orientamento nella vita.
“Il teatro è un luogo in cui pubblico e attori si rispecchiano per porsi delle domande, riflettere sul proprio destino e cercare un orientamento nella vita”
Toni Servillo
In ogni viaggio teatrale, fondamentale è l’interpretazione delle parole dette sul palcoscenico: si crea un forte scambio emotivo insieme agli spettatori, sera per sera. Dal punto di vista attoriale come si riesce ad arrivare a questa alchimia sempre unica, che unisce l’interprete al suo pubblico?
Attraverso l’essenzialità dello spazio scenico e la nudità della parola poetica che sono, per me, condizioni fondamentali per la chiarezza con cui mi piace arrivare al pubblico in maniera diretta. Ritengo che l’unico futuro per il teatro sia quello più antico: mettere al proprio centro l’essere umano.
“Ritengo che l’unico futuro per il teatro sia quello più antico: mettere al proprio centro l’essere umano”
Toni Servillo
Per un attore è più difficile cercare di arrivare al pubblico attraverso le parole degli autori nella sua essenzialità, senza il filtro del personaggio da interpretare?
Sono difficoltà di carattere diverso, però entrambe sempre estremamente impegnative. La scelta di e come affrontarle spetta unicamente all’interprete, che sta sul palcoscenico. Dal punto di vista della riflessione sullo spazio scenico ho privilegiato sempre l’essenzialità che mette in primo piano il lavoro dell’attore, in modo che lo spettatore possa intuirne la scandalosa presenza fisica… Un attore è un interprete in atto, lavora dentro il testo e traduce fisicamente lo schema drammaturgico in una dimensione assembleare.
Essere attori e scegliere di diventarlo: cosa significa davvero?
Non è una domanda facile a cui rispondere in poche battute, ma certamente direi che oggi più che mai ciò significa testimoniare una condizione umana. La sfida è quella di verificarne nel presente la tenuta, tentando di non dimenticarne mai il significato.
Ha detto di provenire da una famiglia di spettatori, i suoi genitori erano grandi appassionati di teatro e di cinema… Sul palcoscenico si avverte sempre una responsabilità nei confronti di chi guarda la rappresentazione? Il pubblico: che cos’è? Una sua definizione.
Per rispondere a questa domanda, prendo in prestito una definizione del pubblico data da Luigi Pirandello: “Il pubblico è la visione di chi assiste, che rientra nel procedimento drammaturgico generale che rappresenta il teatro in atto”. E io credo che il tempo che si trascorre in palcoscenico, a confronto con il pubblico, serva sempre a migliorarci. È in questo scambio continuo, spettatori-attori, che si raffina e decanta l’esercizio quotidiano dell’arte della recitazione.