Una ricerca di senso. Intervista a Armando Punzo
14 gennaio 2026
di Angela Consagra
Partiamo dal titolo, Fame. Che tipo di “fame” racconta questo spettacolo?
Si potrebbe pensare, trattandosi di questo termine, che ci si riferisca a una fame ordinaria, di tipo materiale. In realtà è di altra natura: parliamo di qualcosa di spirituale, una fame di vita piena, di ricerca di senso. Certo, il protagonista rischia anche di morire letteralmente di fame, perché è un giovane scrittore che non riesce nemmeno a trovare da mangiare nella città di Oslo. Ma il cuore del racconto è un altro: si affronta il bisogno di una fame superiore, non di quella quotidiana. Ed è una fame di cui, forse oggi più che mai, sentiamo ancora di avere bisogno.
“L’arte può sicuramente migliorare questo mondo, può accendere delle possibilità e indicare strade di trasformazione, perché mette al centro l’essere umano”
Armando Punzo
Viviamo in una società apparentemente ricchissima, eppure esistono dei luoghi in cui c’è una fame materiale molto concreta. Le due dimensioni si intrecciano nel racconto?
È, prima di tutto, una faccenda estremamente umanistica, ovvero, intimamente umana: l’uomo non deve accontentarsi della propria vita ordinaria. Il protagonista incarna proprio questo rifiuto dell’accontentarsi. Fondamentalmente, come detto prima, è uno scrittore: si descrive la storia di un personaggio che vuole diventare scrittore e alla fine ci riesce. C’è veramente il desiderio di guardarsi intorno, di interrogarsi e studiare, per non aderire passivamente all’esistenza che ci capita in sorte. Dobbiamo affrancarci dall’ordinarietà, tendendo alla profondità.
Che cosa ha trovato affascinante, proprio personalmente, della scrittura di Knut Hamsun?
Il processo di allontanamento. Il personaggio parte da un bozzolo iniziale e lentamente, lentamente, si allontana sempre di più da quella che è la vita in questa città di Oslo, sempre di più. Ciò ha un prezzo altissimo: lui arriva, ad un certo punto, a non riuscire nemmeno a recuperare qualcosa da mangiare. Ma, l’elemento fondamentale, è che le difficoltà materiali passano in secondo piano perché assistiamo alla nascita di un artista. Questo processo graduale di abbandono di un’esistenza ordinaria, secondo me, che attraversa in fondo ogni artista, ma che il racconto sulla scena suggerisce in realtà a tutti: uomini e donne, non solo artisti. È un percorso di consapevolezza.
Dal punto di vista scenico, su quali elementi compositivi si concentra la regia? L’attenzione allo spazio, all’interpretazione, all’uso delle luci, etc…
Essenzialmente Fame è una prova d’attore, di Paul Cocian, attore della nostra Compagnia della Fortezza. La messa in scena non ha direttamente a che vedere con il testo, ma nasce da una mia interpretazione, da una traduzione personale di questa scrittura. Il protagonista è come se fosse diviso in due: una parte cerca dei compromessi, tende a trascinarlo nella vita di tutti i giorni e gli fa inseguire un lavoro, anche se non riesce mai a raggiungere i suoi obiettivi, arrivando perfino a chiedere l’elemosina senza riuscire a ottenere nulla; l’altra parte cerca di dominare questo aspetto e rifiuta fermamente ogni compromissione. Da qui nasce l’immagine scenica di un conflitto interno. L’atmosfera generale è quella di un circo: c’è un domatore e una belva, ma sono la stessa persona. Tutto avviene all’interno dello stesso personaggio.

L’arte può, quindi, salvare il mondo?
Sembra un semplice slogan, ma io credo che l’arte e gli artisti pongano questioni ancora vitalissime per lo sviluppo dell’uomo. L’arte può sicuramente migliorare questo mondo, può accendere delle possibilità e indicare strade di trasformazione, perché mette al centro l’essere umano. Ripeto: non si tratta di una questione materiale, non importa se il personaggio ha o meno una bistecca da mangiare. È una fame più grande. Siamo ancora al racconto dei tempi di Shakespeare, all’uomo con le sue contraddizioni, le sue cattiverie e le sue frustrazioni. Ma bisogna immaginare un uomo diverso, di segno nuovo. E penso che l’arte faccia proprio questo: gli artisti spesso incarnano inedite opportunità.
Come riassumerebbe la concezione di teatro della Compagnia della Fortezza?
Il teatro è la possibilità di accedere a una vita superiore, a una possibilità altra. Non è fare il verso all’esistenza ordinaria, non è imitazione del quotidiano. È un teatro che cerca di generare un’altra realtà, non semplicemente di rappresentarla per quello che è. Questa è la questione. Il teatro è produttore di una realtà diversa da quella che conosciamo e osserviamo intorno a noi, una dimensione piuttosto terribile e sconfortante. Comunque questa ricerca non ha niente a che fare con la fuga: come sostiene Bloch, il nostro deve essere un lavoro quotidiano, che si fa giorno per giorno, consapevolmente. Per trasformare noi stessi e, di conseguenza, il mondo che ci circonda. Non dimentichiamo, inoltre, che il lavoro teatrale della Compagnia della Fortezza avviene in un carcere, quindi tutto acquista un valore maggiore, anche se questo processo, così intimo, riguarda tutto il teatro, anche quello che si svolge all’esterno.
Infine, che cos’è il pubblico per Lei?
Il pubblico sono io. È una parte di me stesso. È quella parte che può arrendersi o compromettersi, ma anche quella che è affamata di sapere, di conoscere, di trovare altre strade. Io appartengo al pubblico, gli spettatori sono una parte di me. Penso al pubblico come penso a me stesso. Il teatro, per me, non è mai puro intrattenimento: è un vero processo di conoscenza, uno dei tanti possibili. E il pubblico deve essere messo in crisi, smosso, interrogato. Solo così il teatro ha davvero senso.