Una grande epopea metalmeccanica. Intervista a Stefano Massini
13 maggio 2026
di Angela Consagra
“Lo spettacolo è come un collage, fatto di tante storie di operai”
Stefano Massini
E l’Ape disse alla Vespa: “Sì, Ciao” è un viaggio nella storia del nostro Paese?
Si tratta di raccontare una parte della storia d’Italia e il sottotitolo “Materiali” per un’epica metalmeccanica è molto indicativo. In realtà, non faccio una cronaca industriale dalla fondazione della fabbrica Piaggio fino ad oggi, piuttosto racconto la storia di un operaio e della sua famiglia. Si parte da uno solo, apparentemente. Ma dentro quella storia ci sono migliaia di operai di Pontedera. Il racconto segue soprattutto una traiettoria umana e personale, che mi permette di osservare il cambiamento del Paese, dei costumi, delle relazioni sociali e politiche. È il 1945 e un ragazzo di 17 anni, Marcello Montagnani, orfano di guerra, entra alla Piaggio appena la fabbrica riapre dopo i bombardamenti. La produzione durante la guerra era stata trasferita a Biella, in Piemonte, ma con la pace la Piaggio rinasce a Pontedera. La fabbrica si prende cura di coloro che sono rimasti senza famiglia e hanno bisogno di un salario. Nel 1946 esce in produzione la Vespa e ciò segnerà tutto il dopoguerra, non solo per il successo della Piaggio, ma per l’Italia intera. Seguiamo 44 anni di vita dell’operaio Marcello Montagnani, fino al pensionamento nel 1989. La sua è una sorta di una dinastia operaia: lui incontra in fabbrica la donna che sposerà, avranno un figlio, Lorenzo, che entrerà a lavorare alla Piaggio, e poi arriverà Jimmy, il nipote. Tre generazioni nella stessa fabbrica, ciascuna legata a un modello diverso e rappresentativo della Piaggio: la Vespa, l’Ape, il Ciao, il Sì. Una genealogia industriale e sentimentale insieme.
“È questo che rende potente il racconto: sapere che quell’umanità è esistita davvero”
Stefano Massini
Questi mezzi di trasporto raccontano anche l’evoluzione dell’Italia?
Assolutamente sì. La Vespa è il simbolo del dopoguerra italiano, del boom economico, del cinema, di Audrey Hepburn in Vacanze Romane, della Dolce Vita. Ma accanto a quell’Italia ce n’è un’altra: quella operaia. L’Ape diventa il vero mezzo proletario, quello in cui si caricano su gli attrezzi e si va al lavoro oppure quello delle manifestazioni sindacali, pieno di manifesti da portare dietro. Il Ciao invece è il ciclomotore degli hippy, dei ragazzi – lo stesso Pasolini compra un Ciao e si fa ritrarre in una famosa foto –, di un’Italia che cambia linguaggio e immaginario. Persino in California, a Los Angeles, il Ciao è sinonimo di libertà. Il Sì viene collegato agli anni Ottanta, con un modo di vivere forse di minor impegno e idealismo. La Piaggio diventa allora il simbolo dell’Italia, tutto quello che succede fuori entra dentro i reparti della fabbrica: la politica, le lotte sindacali e anche le alluvioni. Penso, per esempio, al 1966: dopo che l’Arno esonda a Firenze, tutti si aspettano lo stesso a Pontedera, dove fortunatamente regge, ma è l’Era invece a straripare e a provocare dei danni micidiali. Gli operai salvano la fabbrica spostando i macchinari e lavorando fianco a fianco, tute blu e colletti bianchi insieme. Una scena quasi epica. Non è possibile salvare tutto, tante Vespe rimangono sotto il fango, ma riescono a rimettersi in piedi.
Nel suo racconto sembra essere forte una dimensione popolare…
È forse l’aspetto che mi interessa di più. Mi ricorda, da un certo punto di vista, un romanzo come Metello. Pratolini descrive il cantiere in cui lavora Metello Salani e lo trasforma in una metafora di tutto ciò che succede intorno. Lo stesso accade per la Piaggio di Pontedera, una storia profondamente potente e toscana: in quella fabbrica andavano a lavorare non soltanto gli abitanti di Pontedera. Tante sono le storie che fanno parte della Piaggio, con l’idea di una città che vive stretta intorno a questa fabbrica, nel bene e nel male: le grandi manifestazioni; il famoso sciopero della Piaggio del 1962 rimane nella storia operaia della nostra Repubblica (75 giorni in cui tutti gli operai, che sono migliaia, decidono di non lavorare e bloccare il ciclo produttivo); le tremende lotte degli anni Settanta, con l’episodio degli operai cronometrati mentre vanno in bagno. Sono tutte storie che affondano le loro radici in un’identità locale molto forte.
Per parlare di questo spettacolo ha utilizzato il termine “corale”. In che senso?
Lo spettacolo è come un collage, fatto di tante storie di operai. Marcello Montagnani è il punto di partenza di un mosaico più grande: i racconti che riguardano la moglie, il figlio, i compagni di lavoro con cui si ritrova a condividere i turni. C’è chi ha combattuto la lotta di Resistenza, chi ha avuto un’esperienza tremenda alle elementari per via delle camicie nere e che in seguito diventa un fiero comunista, a capo del sindacato. Ognuno porta con sé un frammento di memoria collettiva. Alla fine, emerge una grande epopea popolare italiana, che io porto in scena accompagnato da una colonna sonora eseguita dal vivo da musicisti straordinari (Luca Roccia Baldini e Saverio Zacchei dell’Orchestra Multietnica di Arezzo), mescolando il suono di pezzi musicali e canzoni italiane per collocare immediatamente lo spettatore, in maniera evocativa e cronologica, all’episodio di cui si sta parlando. Si va dal Valzer delle candele – la versione italiana della canzone di Elvis degli anni Cinquanta – ad Amado Mio e Mambo Italiano, fino a Lucio Battisti e Vasco Rossi.
Le storie che vengono raccontate in scena sono vere?
Ho cambiato i nomi e costruito una drammaturgia basata su eventi reali, che ho ricucito tutti insieme in una storia creata da me. Il filo narrativo riflette la situazione di tanti lavoratori della Piaggio: è vero che c’erano famiglie che, di generazione in generazione, si formavano e lavoravano nella stessa fabbrica. Anche le storie dall’aspetto più strano – come l’operaio che arriva in Piaggio con una sveglia, di quelle da comodino, legata al collo per manifestare contro il cronometro del tempo di chi si assenta dal lavoro – sono originali. Naturalmente io le ho riscritte teatralmente, ma la materia umana è autentica. È questo che rende potente il racconto: sapere che quell’umanità è esistita davvero. Gianluca Massini ha fatto un’enorme ricerca di documentazione sulla storia della Piaggio, sui vari modelli e le diverse pubblicità, mentre Walter Sardonini ha lavorato sull’iconografia. Io ho preso tutto questo materiale raccolto e l’ho “ruminato”, come dico scherzando, lasciandolo sedimentare, finché non è uscita fuori questa storia corale, una grande epopea metalmeccanica. Questo è uno spettacolo in cui memoria storica e memoria emotiva si intrecciano continuamente: il lavoro, le lotte, i rapporti nella famiglia, le canzoni, i sogni. E credo che fosse arrivato il momento di raccontare questa storia a teatro.