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Un nuovo archetipo del potere. Intervista a Stefano Massini

29 ottobre 2025

di Angela Consagra

Che storia è quella di Donald J. Trump, raccontata sera dopo sera, sui palcoscenici da tutto esaurito in giro per l’Italia e che arriva alla Pergola nella sua prima stagione come direttore artistico del Teatro della Toscana?

È la storia di un nuovo archetipo del potere. Il denaro è diventato il passepartout per essere amati e riconosciuti dagli altri. Con il tempo, questo meccanismo si è ampliato a dismisura: se si hanno i soldi, allora si è amati al punto tale da sentirsi autorizzati a entrare in politica. Ti votano e, quindi, ti delegano alla guida della polis. È qualcosa che mai avremmo pensato potesse accadere un tempo e che, quindi, diventa fondamentale da raccontare a teatro. Per quanto riguarda Donald J. Trump, stiamo parlando probabilmente dell’uomo più potente in questo momento sul pianeta Terra. La sua è una storia letteralmente incredibile e paradossale, che non può non risultare avvincente quando la racconti: ho iniziato a occuparmene già nove anni fa, quando Trump vinse le prime elezioni come Presidente degli Stati Uniti d’America. Tutta New York parlava di lui e, davanti alla Trump Tower, era addirittura possibile vederlo passare, come poi mi è davvero capitato. Donald-bambino cresce nel culto di sé, coltiva la sua esistenza con l’unica ambizione di fare sempre qualcosa in più rispetto a ciò che gli altri hanno fatto fino a quel momento. È un uomo che, fra alti e bassi, riesce a trovare un modo per adattare il mondo che gli sta intorno a se stesso, veleggiando fra abissi ed enormi trionfi. Ma in che momento Donald J. Trump ha capito di essere Donald J. Trump, cambiando radicalmente il rapporto con quello che gli stava intorno? Qual è stato il suo primo colpo di genio - perché di genio si tratta - negli affari? E quando ha cominciato a vivere il senso della rovina e del crollo? A queste domande proviamo a dare una risposta in uno spettacolo che è una grande cavalcata dentro la vita di un essere umano, focalizzando l’attenzione su quei momenti in cui lui ha concepito veramente il suo percorso. Ognuno di noi, in fondo, è la somma di certi momenti topici: si dice che la vita dell’essere umano sia la somma, più o meno, di soli dieci minuti, ovvero, di quegli istanti in cui profondamente intuisci e realizzi le cose. Donald è proprio la storia dei punti fondamentali nell’esistenza di quest’uomo leggendario, che si autodefinisce the Golden Man. L’oro è l’unico elemento che, in chimica, non si lega a nessun altro: rimane sempre se stesso, non cambia mai. Si affianca agli altri, ma non recepisce o accoglie niente dalla vicinanza. 

 

“La storia di Donald ha dei caratteri shakespeariani: c’è lo sviluppo esponenziale del potere,

che sbilancia il filo drammaturgico verso una forma di mania”

Stefano Massini

Con Donald - Storia molto più che leggendaria di un Golden Man ritorna allo studio e al racconto della storia americana dopo l’acclamata Lehman Trilogy, testo vincitore dei Tony Awards (gli Oscar del teatro e del musical di Broadway)…

Un rapporto molto stretto lega questi due spettacoli: studiavo la vita di Trump e mi trovavo a New York per presentare il mio lavoro sulla storia della famiglia Lehman. In quel dicembre del 2016 mi resi conto di una coincidenza fortissima: il primo successo - o come direbbe lo stesso Trump “il primo trionfo” - immobiliare, affaristico e finanziario di Donald J. Trump risale esattamente allo stesso periodo in cui finisce Lehman Trilogy, la mia storia del capitalismo americano che si fermava agli anni Sessanta con la morte di Bobbie, l’ultimo dei Lehman, e che sancisce la fine della terza generazione. Capisco, allora, che questo ‘corto circuito’ tra la saga dei Lehman e il personaggio Trump mi regala un’occasione narrativa straordinaria: è l’opportunità, per me, di raccontare una storia spericolata ed esagerata, oversize. Donald è uno spettacolo ipertrofico. Donald J. Trump è l’emblema di un’economia che, con gli anni Settanta e soprattutto con il reaganismo degli anni Ottanta, diventa l’apoteosi di una finanza che non conosce più limiti. Una finanza che rifiuta i perimetri e che, anzi, li percepisce come una forma di debolezza. La storia di Donald ha dei caratteri shakespeariani: c’è lo sviluppo esponenziale del potere, che sbilancia il filo drammaturgico verso una forma di mania. È la mania del possesso, la mania dell’accumulo e dell’accentramento: un quadro quasi insostenibile, dai tratti kitsch, fatti di sovrapposizioni continue, di conquiste e colpi di scena. La Trump Tower, un monumento che anche urbanisticamente e architettonicamente rappresenta la forza di quest’uomo, ma che negli anni Novanta è anche il simbolo di un capitombolo micidiale: le bancarotte che si susseguono in fila, l’ossessione di Trump di trovare il modo di salvarsi. E la sua ripartenza da zero. 

 

“Mi piacciono quelle storie che si presentano con più colori e livelli, dove si va dal riso alla tragedia, dalla farsa alla commedia, dalla commedia al dramma”

Stefano Massini

Che caratteristiche deva avere una storia per indurla, in qualche modo, ad essere raccontata? 

Io sono sempre stato un grande appassionato di storie. Mi piacciono quelle storie che si presentano con più colori e livelli, dove si va dal riso alla tragedia, dalla farsa alla commedia, dalla commedia al dramma. La storia di Donald J. Trump è come un otto volante: un racconto non lineare, pieno di incoerenze e asimmetrie. Credo che oggi il teatro debba mantenere la funzione di raccontare la contemporaneità, anche se non in presa diretta. Esattamente come accadeva con i Lehman dove non parlavo direttamente del fallimento della banca, in questo spettacolo non descrivo il Trump di cui si narra nei nostri TG: non c’è il Donald Presidente che vuole prendersi la Groenlandia o il Donald dei dazi. È il Donald precedente, quando nelle puntate di The Apprentice raccontava gli episodi della propria vita come fosse un’agiografia, il processo in cui il santo ha avuto la vocazione per gli affari e l’economia. La narrazione si ferma all’inizio del nuovo millennio: Trump è nel pieno della sua crisi finanziaria e umana, dopo il divorzio e i fallimenti, ma intravede, per la prima volta, la possibilità di un avvenire politico. Dopo, nella realtà, entrerà in scena il Trump che in questo momento è dovunque, e non c'è ancora bisogno di raccontarlo. Porto in scena Donald con la consapevolezza di assumere una responsabilità, legata al teatro pubblico: l’importanza di una drammaturgia che stia nel proprio tempo. 

 

“La storia di Donald J. Trump è come un otto volante:

un racconto non lineare, pieno di incoerenze e asimmetrie”

Stefano Massini

Foto Filippo Manzini