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Un fuoco sempre acceso. Intervista a Luciano Rosso

18 febbraio 2026

di Angela Consagra

Qual è stata la spinta originaria, la più intima, che l’ha condotta durante un periodo così complesso come quello del Covid (caratterizzato dall’isolamento, dalla chiusura e dalla mancanza di libertà) all’ideazione di uno spettacolo come Apocalipsync? Per sua stessa natura, la nascita di uno spettacolo nuovo rappresenta il momento massimo della creazione e della libertà espressiva…

Il bisogno di creare è sempre dentro di me. È la mia forza trainante, il motore della mia esistenza. In un periodo talmente difficile, diversi fattori si sono allineati, portandomi alla realizzazione di una nuova messinscena, frutto di un pensiero che cercava l’inventiva e l’immaginazione, anche come risposta al periodo cristallizzato che stavamo tutti vivendo. Da un lato, il fatto di non poter uscire di casa mi ha permesso di trovare il tempo per farlo, e dall'altro, l'energia e la spinta creativa erano costantemente dentro di me. Avevo bisogno di creare qualcosa fuori dall’ordinario, un’opera che fosse il risultato del mio stato d’animo sul punto di impazzire: questo spettacolo è stata la scusa perfetta per riempire quelle mie giornate scandite dall’immobilismo con una dose estrema di produttività. Apocalipsync ha rappresentato un modo per evadere (senza muoversi dalla propria abitazione) e ha segnato anche la possibilità di non sentirsi intrappolati in se stessi. L'idea di raccontare questa storia è nata da un bisogno personale di mostrare la mia vulnerabilità di fronte alla situazione drammatica che il mondo stava attraversando. Il mio strumento principale d’espressione è l'umorismo fisico, quindi quel linguaggio in scena è venuto naturale.

Foto Guglielmo Verrienti

“Superare la noia, accumulando esperienza anche da quello stato d’animo, può insegnarci tanto”

Luciano Rosso

 

 

Come si combatte la noia? E, soprattutto, è sempre necessario combatterla?

Di solito non mi annoio molto, ma quando succede, ne approfitto. Non siamo molto abituati né alla noia né all’ozio o al tempo libero, perché pensiamo di dover fare cose costantemente, come se fossimo delle macchine. Ma superare la noia, accumulando esperienza anche da quello stato d’animo, può insegnarci tanto: è allora che l'immaginazione prende il sopravvento. Si tratta di un processo meraviglioso: la parte più immaginifica, che attiene alla fantasia di ogni essere umano, è uno strumento infinito ed è sempre a disposizione del desiderio che, nel mio caso, coincide con l’urgenza di creare.

 

 

“Il bisogno di creare è sempre dentro di me, è il motore della mia esistenza”

Luciano Rosso

 

 

A che cosa si riferisce il titolo dello spettacolo Apocalipsync? Qual è il suo significato?

È un gioco di parole tra "apocalisse" e "lip-sync" (dall’inglese: sincronizzazione labiale). Il titolo che combina queste due parole si riferisce alla fase della pandemia (era come se il mondo stesse vivendo in un’apocalisse dei giorni nostri ed era ridotto, in qualche modo, al silenzio), ma anche – partendo proprio dall’etimologia del termine apocalisse che deriva dal greco antico e vuol dire rivelazione o svelamento – alla caduta di quel velo che ci impedisce di vedere chiaramente la realtà, che è come se rimanesse sempre nascosta dietro a un sipario.

È difficile accordare sul palcoscenico molteplici registri drammaturgici ed espressivi (danza, clownerie, contorsionismo e, come detto prima, il lip-sync?

Credo che la comicità fisica sia un mezzo di espressione enorme e davvero efficace. Attraverso l'umorismo, è possibile riuscire a fare riflettere o commuovere le persone che ti stanno guardando. Per quanto mi riguarda, è estremamente faticoso raggiungere questo obiettivo su un palcoscenico, ma allo stesso tempo so che l’uso del corpo in questa direzione è il mio strumento più importante: mi consente di risollevare il morale del pubblico e contrastare con il teatro le malvagità, tutte le cose brutte che accadono nel mondo.

 

Come è arrivato al lip-sync, di cui è un maestro indiscusso? Da che cosa è stato attratto, proprio dal punto di vista scenico?

È qualcosa che faccio fin da bambino, prima ancora di capire che fosse propriamente una tecnica, una disciplina a sé stante. Adattare i movimenti delle labbra a un dato suono è sempre stato il mio gioco preferito. Ricordo, quando ero piccolo, di aver acceso una vecchia radio a casa e di aver seguito quello che veniva trasmesso in quel momento, sincronizzando le labbra. Nel momento in cui ho cominciato a creare degli spettacoli ho sentito che non avrei mai potuto escludere questa parte di me, una sfumatura del mio modo di essere e che rappresenta anche il mio bambino interiore, mai scomparso.

 

Il pubblico e il teatro: che cosa sono? Come li descriverebbe?

Direi che fa tutto parte del rituale del teatro. L’interpretazione, la recitazione, la danza, la musica: qualsiasi espressione artistica su un palcoscenico crea una comunione molto potente tra l'artista e il pubblico. Mi piace pensare che al centro della sala teatrale ci sia come un piccolo fuoco sempre acceso, dove tutti i presenti si nutrono del calore che irradia. L’energia e il calore del teatro.