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Un antidoto alla guerra. Intervista a Barbara Mazzi

08 aprile 2026

di Angela Consagra

Il vostro spettacolo affronta un tema quanto mai attuale: la pace. Come vive, questa parola così importante, da interprete?

Purtroppo gli eventi storici hanno dato un’ulteriore potenza a questo spettacolo che già, di per sé, da questo punto di vista ne ha molta. Però credo che, al di là del richiamo alla situazione mondiale, il cuore del nostro lavoro sia una riflessione profondissima sull’identità. La pace, prima di tutto, è dentro di noi: è qualcosa che riguarda noi stessi, finché non riusciamo a pacificarci interiormente, continueremo a cercare il conflitto nell’altro. In questo senso il territorio in cui ci muoviamo è quello martoriato della Palestina; lo spettacolo si muove su due piani: uno di tipo geopolitico e uno più intimo e poetico, di tipo identitario. È un percorso che mi coinvolge come interprete, ma ancora prima come essere umano. La parola pace è, ora più che mai, potente e necessaria, ma occorre prima di tutto comprendere chi siamo veramente, soltanto allora forse non ci sarà più la necessità di trovare un nemico.

 

Le parole chiave sono sicuramente pace, guerra, nemico, identità. Ma in Come gli uccelli c’è anche l’amore: che tipo di sentimento viene raccontato in scena?

L’amore parte da una storia apparentemente classica: un ragazzo di origine ebraica e una ragazza di origine araba si incontrano a New York, abitano in un luogo “terzo” che nell’immaginario collettivo è un crogiolo di identità, una città ricca di stratificazioni sotto il profilo culturale. Loro appartengono a una generazione che non sente il bisogno di ereditare i conflitti del passato, ma le ostilità arrivano comunque attraverso le famiglie che ostacolano la loro relazione. Nel corso della rappresentazione l’amore si trasforma: diventa amore tra genitori e figli, amore a confronto tra generazioni diverse che vivono queste emozioni così forti nel tempo. A volte i sentimenti ci induriscono, altre volte invece riescono ad aiutarci. Non è più solo un amore romantico, ma un intreccio di relazioni umane che sono un antidoto formidabile contro ogni conflitto. Una frase fondamentale dello spettacolo recita: “Ricostruiamo noi stessi, tramite l’affetto”, ecco che la parola affetto assume un valore fondamentale.

“Arrivare in quel luogo, Gerusalemme, così segnato dai conflitti significa anche affrontare sé stessi”

Barbara Mazzi

 

 

In che modo l’identità è elemento centrale della storia?

Ogni personaggio è alla ricerca di una verità: alcuni cercano di nasconderla, altri hanno necessità di svelarla. Questo percorso li porta a confrontarsi con chi sono davvero. C’è anche un viaggio geografico, si passa da New York a Gerusalemme: la storia si sposta attraverso i continenti, ma è soprattutto un viaggio interiore. Arrivare in quel luogo, Gerusalemme, così segnato dai conflitti significa anche affrontare sé stessi. Alla fine, i personaggi comprendono qual è il loro ruolo nel mondo, in un senso profondo.

 

Come vengono rappresentati questi luoghi della Terra Santa sulla scena?

La scelta registica è stata quella di un’estrema essenzialità, con delle ambientazioni minimaliste. L’elemento scenico principale è un grande muro che simboleggia Gerusalemme con il Muro del pianto, ma è anche un muro allegorico: è il muro dei conflitti che creiamo dentro noi stessi, è il muro di Berlino, è il muro che raccoglie in sé tutti i muri del mondo che vengono costruiti per dividere e separare. Il resto è molto evocativo: suoni e luci che richiamano delle atmosfere dal sapore Mediorientale. La parola in scena narra le storie come Le mille e una notte, con un’evocazione di luoghi e di tempi – sia va dal 1966 al 2013 – e utilizzando delle videoproiezioni. Il muro diventa allora una sorta di pagina bianca su cui vengono scritte le date, i nomi delle città e le traduzioni delle lingue che utilizziamo. L’inizio dello spettacolo è ambientato in una biblioteca di New York: è come se si aprisse la pagina di un libro e poi, da lì, parte la storia.

In questo contesto, che cos’è il teatro per Lei?

Sempre di più mi accorgo che il teatro è la mia vita. Non riesco a immaginarmi altrove. È un luogo sicuro, ma anche pericoloso: mi mette continuamente davanti a qualcosa da affrontare. Cerco un teatro che smuova l’essere umano, che metta in discussione le proprie convinzioni, che faccia nascere domande. “Tenersi forte e lasciarsi andare con dolcezza”: lo ha detto un grande Maestro come Peter Brook descrivendo il teatro. Credo fermamente nel teatro come strumento potentissimo di trasformazione, o almeno di provocazione al cambiamento.

 

Uno degli aspetti più forti del testo sembra essere l’intreccio tra la Storia, quella con la esse maiuscola, e la storia più intima e personale delle persone.

Assolutamente. C’è una battuta che lo sintetizza bene, a proposito di questi due giovani innamorati dalle origini ebraiche e arabe: “Abbiamo creduto sinceramente che si potesse essere indifferenti al mondo, ma non è così”. Le vicende private sono inevitabilmente attraversate dalla grande Storia. E allo stesso tempo, quella Storia è fatta di milioni di storie anonime, milioni di dolori e sofferenze che rimangono senza voce. Lo spettacolo prova a illuminarne almeno una, che diventa specchio per tutte le altre.

Come gli uccelli
Foto Giuseppe Distefano