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Teatro come attivismo. Intervista a Marta Cuscunà

09 dicembre 2025

di Angela Consagra

Partendo dal titolo dello spettacolo: Sorry, boys a che cosa si riferisce?

Il titolo è immaginato come il saluto delle ragazze alla parte maschile, nel momento in cui decidono di creare un piccolo mondo nuovo: una comune femminile dal quale gli adulti, e anche i giovani maschi, sarebbero esclusi. Si tratta di un saluto dispiaciuto, loro dicono: “Ci scusiamo, ragazzi, di dovervi lasciare in un mondo che sicuramente vi favorisce – il sistema patriarcale indubbiamente favorisce gli uomini – ma che, allo stesso tempo, vi schiaccia”. Gli uomini sono costretti in certi stereotipi che, in qualche modo, forzano la costruzione dell’identità, della loro affettività e anche sessualità. Il dispiacere è il fatto di doverli comunque abbandonare, almeno finché gli uomini non decideranno di attivarsi per un cambiamento, per essere finalmente pronti per una realtà in cui la mascolinità potrà costruirsi in modo non tossico.

 

 

“Mi interessa spostare l’attenzione, non più solo alle donne e alla lotta di emancipazione, ma andando verso le radici della violenza maschile”

Marta Cuscunà

 

 

Da un fatto di cronaca reale – un femminicidio – c’è il tentativo di realizzare un’utopia – un patto di maternità – per costruire una società migliore. È davvero possibile pensare a un mondo nuovo?

Dopo avere assistito a un femminicidio questo gruppo di ragazze, di cui si parla nello spettacolo, sembra che avesse immaginato di creare, appunto, un loro piccolo mondo nuovo. È una comune femminile, capace di mettere le basi per un modello sociale diverso da quello in cui erano cresciute. Lo spettacolo racconta anche di quanto il livello di violenza maschile faccia scattare un altro evento particolare: la marcia dei 500 uomini contro la violenza maschile. Gli uomini di questa cittadina si rendono conto che il problema della violenza maschile non riguarda soltanto le donne che la subiscono: chi ha veramente il potere di risolvere lo stato delle cose sono gli uomini, perché possono scegliere di intraprendere un percorso per liberare la mascolinità dalla tossicità del patriarcato. Questo aspetto rappresenta, per me, la vera utopia: non tanto l’idea di una comune femminile da cui gli uomini devono essere esclusi, piuttosto è la realizzazione di una nuova consapevolezza degli uomini che cominciano a leggere la lotta al patriarcato come una forma di liberazione anche per loro stessi.

Femminilità e mascolinità: come si parlano in scena?

Il progetto del patto segreto di maternità collettiva messo in atto da questo gruppo di ragazze minorenni è davvero sconvolgente; infatti, tocca dei tabù che entrano nel campo della sessualità, come il diritto riproduttivo delle donne. Nella vita reale le ragazze sono state vivisezionate, in modo molto violento, a causa della loro scelta e si sono trovate a subire una forma di cosiddetto victim blaming: sono loro ad avere assistito a un femminicidio, però diventano vittime dell’opinione pubblica, del giudizio spietato della comunità, e non solo di quella locale, ma a livello globale. Ecco perché, per quanto riguarda lo spettacolo Sorry, boys abbiamo deciso di lasciare da parte le ragazze e concentrarci, invece, sul resto della comunità esclusa da quel patto: tutti gli adulti, uomini e donne, che si riconoscono in un sistema patriarcale di vecchio stampo e i ragazzi che si trovano a costruire la loro identità di giovani uomini all'interno di un sistema patriarcale. In Sorry, boys mi interessa spostare l’attenzione, non più intorno alle donne, alla loro lotta di emancipazione e liberazione dal patriarcato, ma andando verso le radici e le cause della violenza maschile contro le donne. In Sorry, boys proviamo a interrogarci su quali siano i temi della violenza maschile nella nostra società che possono portare a conseguenze estreme come i femminicidi, ma che in realtà si rivelano anche in forme molto più subdole e quotidiane, coinvolgendo tantissimi uomini nati in un sistema patriarcale di cui hanno respirato i dettami fin da quando erano piccoli.

 

Lo spettacolo costituisce la terza tappa di una Trilogia sulle Resistenze femminili (tre spettacoli che sono anche un libro); qual è il filo che lega questi tre progetti?

Il libro Resistenza Femminile raccoglie i copioni di tre spettacoli: È bello vivere liberi, La semplicità ingannata e Sorry, boys. I testi si ispirano a storie realmente accadute e raccontano vicende in cui uomini e donne, in diverse epoche storiche e in differenti luoghi geografici, hanno inventato modi di resistere al sistema patriarcale. Il filo rosso che lega questi spettacoli è un tipo di ricerca volta a trovare strategie sempre nuove, in grado di abbattere il sistema patriarcale e costruire un nuovo sistema sociale in cui ci sia un'effettiva parità di diritti tra i generi e tra tutte quelle soggettività che il patriarcato tiene ai margini della società.

“Il teatro è un modo per cercare di costruire un mondo che si adatta al meglio ai nostri sogni e alle nostre aspirazioni”

Marta Cuscunà

 

 

Le dodici teste animatroniche che animano il palcoscenico: questi pupazzi meccanici in che modo diventano personaggi?

Le dodici teste meccaniche ideate e progettate da Paola Villani – la scenografa con cui collaboro, insieme all’assistente alla regia Marco Rogante – sono effettivamente le protagoniste dello spettacolo. Tutta l’animazione che il pubblico vedrà sul palco sarà eseguita da me, in modo assolutamente manuale: non ci sono motori né nessun tipo di automazione, non sono teste robotiche. Il sistema di animazione si basa su dei cavi di freni di bicicletta: io muovo delle leve, come quelle delle nostre bici comuni, e i cavi arrivano dentro queste teste iperrealistiche. Attraverso una serie di ingranaggi fatti di molle elastiche ottengo l’espressività dei volti che riescono, non solo a muovere la bocca o a sbattere le palpebre, ma anche a esprimere le loro emozioni con i movimenti muscolari. E il lavoro vocale viene elaborato senza distorsioni artificiali: tutte le dodici voci vengono realizzate sempre da me, l’unico espediente usato sono le possibilità infinite che hanno le nostre corde vocali.

 

Il teatro: che cos’è? Una sua definizione.

Uno strumento per fare attivismo. Un modo per cercare di costruire un mondo che si adatta al meglio ai nostri sogni e alle nostre aspirazioni. Condividendo delle storie, quei racconti che sono fonte di ispirazioni per attivarsi nella vita quotidiana e migliorarla. Ovviamente il tema degli stereotipi di genere mi sta molto a cuore, perché ne vivo le conseguenze nella mia vita quotidiana. Aspirare, quindi, alla costruzione di una società più giusta è qualcosa che andrà a incidere anche sulla mia esistenza. Per questo motivo credo che il teatro possa aiutarci: è un momento in cui possiamo ritrovarci come comunità, riflettere ed emozionarci insieme, interrogandoci su che tipo di società vogliamo essere. Il teatro è un modo per riconoscerci, gli uni con gli altri: siamo insieme, siamo una famiglia allargata, siamo una società.