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Pieni di sfumature. Intervista a Daniele Russo

12 febbraio 2026

di Angela Consagra

I personaggi che interpreta non sono mai totalmente “bianchi” o “neri”, ma pieni di sfumature. Qual è stata la difficoltà principale nell’interpretazione di questo ruolo in Il caso Jekyll?

La difficoltà – e allo stesso tempo il divertimento – è stata proprio quella di miscelare questi estremi. Trovare il bianco e il nero in Henry Jekyll ed Edward Hyde è stato relativamente semplice; il lavoro vero è stato farli convivere. In fondo parliamo di due personaggi che sono due facce della stessa medaglia. Far confluire il bianco nel nero e il nero nel bianco, fino a renderli un’unica persona, è stata la parte più complessa e anche la più stimolante del lavoro, quella che ancora mi serba delle sorprese.

 

Questo testo sembra indagare la parte oscura che ognuno di noi porta dentro di sé…

La riscrittura del testo lo rende estremamente contemporaneo dal punto di vista dell’indagine psicoanalitica. È sorprendente perché mette in luce come questa parte oscura – quello che potremmo chiamare l’Hyde – sia presente in tutti noi. Abbiamo una “corda civile” che ci permette di tenerla a bada, soprattutto per gli aspetti più gravi, ma non significa che non ci sia. Non si deve credere che questo lato oscuro possa delinquere solo in maniera assoluta, a volte emerge nella nostra quotidianità, in tante sfumature del carattere: l’invidia, per esempio, è un sentimento che tutti noi possiamo avere provato in certi momenti della vita e magari non ci piace ammettere, ma che fa parte della nostra natura più primitiva, spontanea e naturale.

 

Il lato oscuro presente in ognuno di noi coincide, quindi, con la spontaneità?

Il caso Jekyll mette in scena proprio questo conflitto: tra ragione e istinto. Siamo chiamati dal testo non tanto a giudicare, ma almeno a farci un’idea sulla questione. Naturalmente il teatro amplifica tutto: parliamo di un personaggio molto nero, molto estremo. Mi auguro che nessuno si riconosca in lui, ma credo che tutti possano comprendere il meccanismo che lo genera. Quella parte esiste e con essa dobbiamo fare i conti, ci appartiene, anche se in forme e misure diverse. Come interprete, io mi diverto a scavare anche in quei ruoli che sprofondano nel marcio, perché è il mio modo di intendere il mestiere. Mi “accollo” con piacere i personaggi negativi, senza giudizio e senza morale, non ponendomi dei freni. La bellezza del teatro risiede anche in questo aspetto: il mio personaggio si comporta in una certa maniera e io gli do lo spazio che merita.

“Trovare il bianco e il nero in Jekyill e Hyde è relativamente semplice; il lavoro vero è stato farli convivere”

Daniele Russo

 

 

C’è un filo che lega, in qualche modo, i vari personaggi che ha interpretato (da Arancia meccanica a Fronte del porto o a Don Juan in Soho, fino a questo spettacolo, Il caso Jekyll)?

Mi interessa esplorare personaggi moralmente complessi, anche disturbanti, ed essere sempre qualcosa di tremendamente diverso da quello che sono. L’idea di andare a toccare corde così malsane mi costringe a interrogarmi come essere umano: quando è stata quella volta che ho provato un sentimento di cui poi mi sono vergognato? Io non giudico i personaggi, li attraverso. E interpretare me stesso mi annoierebbe mortalmente.

 

 

Foto Flavia Tartaglia

 

 

“Io non giudico i personaggi, li attraverso. E interpretare me stesso mi annoierebbe mortalmente”

Daniele Russo

 

 

Com’è stato l’incontro con Sergio Rubini, il regista dello spettacolo? 

Sergio ha un rapporto molto profondo e complesso con la psicanalisi, che pratica da anni, ed è un tema che lo coinvolge direttamente. La nostra è stata una collaborazione intensa e generosa. Io vivo il teatro in una direzione completamente risolta: è casa mia, la tournée è il mio habitat. Sergio, venendo dal cinema, ha un legame diverso con il palcoscenico, più conflittuale, forse legato al bisogno di controllo che il cinema consente attraverso il montaggio. Il teatro, invece, è l’arte dell’imprevisto.

Quanto conta, nel suo mestiere, l’artigianalità che caratterizza il teatro?

È tutto. Io non mi considero un artista, ma un artigiano. Il teatro è fatto di ripetizione, recita dopo recita, ma ogni sera tutto deve essere leggermente diverso. Come se fossi un artigiano che costruisce i presepi: un pastore fatto a mano non sarà mai identico a un altro. Non mi divertirei a realizzarli perennemente uguali: una volta cambio il taglio di capelli, un’altra aggiungo un neo… E così vivo il teatro: quando lo spettacolo lo consente, mi piace inventare degli impercettibili giochi in scena che tengano viva l’attenzione, mia e della compagnia. Ho rubato perfino un esercizio all’Old Vic (visto in un documentario), dove un capocomico gira con un cappello e fa pescare alla Compagnia dei foglietti su cui sono scritte delle parole, a indicare vari stati d’animo che si possono mettere all’interno di un personaggio. Senza dire agli altri quale sensazione ti è toccata in sorte di eseguire, quella sera ognuno dovrà interpretarla nello spettacolo. Si aprono, così, degli spazi in relazione ai personaggi, delle microfinestre che ti fanno ragionare e seguire una direzione. Chiaramente lo spettacolo non cambia per il pubblico, però si arricchisce di tante sottili sfumature.

 

Come vive quei particolari momenti che precedono l’ingresso in scena?

Ho dei piccoli rituali che si ripetono uguali (come, per esempio, il momento di urlare Merda! insieme al resto della Compagnia, sempre nella stessa posizione e sempre nella stessa formazione) e, come scaramanzia, in camerino conservo di città in città un’infinita serie di ammennicoli che negli anni le persone a cui voglio bene mi hanno regalato. Ma una volta in scena mi piace lasciare spazio allo stupore. Anche l’errore può diventare una risorsa: Il pubblico non sa cosa “dovrebbe” accadere sul palcoscenico, per cui puoi inventare soluzioni immediate per andare avanti con la rappresentazione. Questo rende il teatro un luogo di libertà straordinaria.

 

Che cos’è il pubblico? Una sua definizione.

È l’essenziale. Questo mestiere è un atto di generosità: non credo in un teatro fatto per se stessi. Non è che il pubblico debba dettare le scelte, ma non deve mai mancare nell’attenzione allo sguardo. Noi siamo strumenti di comunicazione e, senza il pubblico, siamo inutili. È importante che gli spettatori riempiano le sale, anche se il senso profondo del teatro è trovare un modo per arrivare a loro.