Occhi negli occhi. Intervista a Francesco Montanari
21 ottobre 2025
di Angela Consagra
Partendo dal titolo dello spettacolo, Storia di un cinghiale, a che cosa fa riferimento?
In questo spettacolo raccontiamo la storia di un attore che finalmente viene chiamato a interpretare il ruolo della vita, Riccardo III. Alla fine, lui sabota tutto perché probabilmente, quando arriva all’incontro con questo spettacolo, è già talmente incattivito e frustrato da come erano andate sempre le cose. L’unico suo scopo è affermare il proprio ego e il proprio narcisismo, ecco perché c’è un’analogia, a partire proprio dal titolo, con i cinghiali. Nell’immaginario collettivo i cinghiali sono degli animali difficili, capaci di proliferare e adattarsi a qualsiasi condizione climatica: distruggono tutto e sono pericolosi, hanno le zanne. Inoltre, il cinghiale è anche il simbolo degli York, la casata di re Riccardo III, protagonista dell’omonimo capolavoro di Shakespeare che nell’opera viene ritratto in tutti i suoi lati oscuri.
Il testo scritto e diretto da Calderón affronta i pericoli che derivano dal palcoscenico e si tratta, in qualche modo, di uno spettacolo metateatrale. Che cosa ha compreso, dopo questa interpretazione, del suo mestiere?
Credo che si tratti veramente di un omaggio al teatro, e in particolare al teatro materico, nella sua accezione più artigianale. Lo spettacolo presenta una meravigliosa scenografia di legno, che manovro io stesso sulla scena: l’attore è, quindi, anche operatore e tecnico. È l’attore che si cura delle scene: muovo le cime e le corde, alzo i soffitti, apro sipari… Il mestiere unisce il virtuosismo tecnico con la profondità d’animo e lo spettacolo è un inno al teatro, racconta un amore sfrenato verso quest’arte. Storia di un cinghiale - Qualcosa su Riccardo III è un testo sull’identità e, in questo momento storico dominato da un incontrollato individualismo, il tema diventa profondamente attuale. La ricerca della propria identità, che necessita anche dell’occhio dell’altro per essere definita, è materia che induce alla riflessione. Lo spettacolo è straordinario, nel letterale significato di questo termine: è una messinscena che non sta nel campo dell’ordinario, perché ricca di immagini, forza, energia e fragilità. La parola è dominante, la rappresentazione prende carne attraverso il mio corpo e, per quanto riguarda il mio mestiere di attore, occorre anche tanta fatica fisica.
"Lo spettacolo è veramente un omaggio al teatro,
e in particolare al teatro materico, nella sua accezione più artigianale"
Francesco Montanari
E quale significato assume, nel percorso di un attore, ottenere il ruolo del protagonista (come accade, poi, al personaggio che racconta sulla scena)?
Nel percorso di ogni attore ottenere il ruolo del protagonista è sicuramente una tappa fondamentale, qualcosa di estremamente importante. Però, allo stesso tempo, l’attore comprende che il punto non è soltanto essere il protagonista: tutto dipende molto anche dalla tipologia del progetto in cui viene chiamato ad impegnarsi, dal futuro che potrà avere questo ruolo e dai compagni con cui condividere ogni nuova avventura. E ciò vale sia per lo spettacolo dal vivo e sia nell’ambito dell’audiovisivo, nel senso che, se il lavoro è in grado di avere un’eco, una forte rispondenza nei confronti del pubblico, allora l’attore sentirà di essere sostenuto nelle sue scelte. Spesso gli attori si ritrovano a dare tanto a progetti che in seguito si rivelano non proficui proprio per loro stessi: è indispensabile, infatti, scoprire il lato percettivo di ogni attività artistica. Il nostro è un mestiere che fondamentalmente vive di comunicazione e che, soprattutto, non può fare a meno della risposta del pubblico, dell’intesa e del patto che si instaura tra chi sta sul palcoscenico e chi guarda lo spettacolo.
Riccardo III rappresenta, per antonomasia, il male. I confini tra bene e male sono così netti? Anche nella bruttezza può risiedere il bene e, viceversa, nella bellezza il male?
È vero, Riccardo III simbolicamente incarna il male, è colui che già nasce nel male e che in futuro compirà sempre il male. Dovendo interpretare questo personaggio, credo che sia necessario rimuovere il giudizio umano, per andare a trovare delle motivazioni che stanno alla base delle sue azioni. Non bisogna dimenticare il contesto storico in cui si muove la vicenda di Riccardo III: siamo nel 1600, in una società dove la vita e la morte lottano costantemente per affermarsi. È un personaggio che viene allontanato dalla società: nasce con una deformità fisica, non conosce l’abbraccio dell’amore o la gentilezza. In una battuta del testo di Shakespeare, lui dice che “persino i cani abbaiano alle mie ombre”; Riccardo III a un certo punto dell’opera viene usato solo per gli scopi legati alla guerra, perché ha sviluppato una grande mente logica: è un personaggio che non si dà, un personaggio sazio. Che cosa ci insegna questa figura? Tutti abbiamo bisogno di essere accolti, infatti quando non veniamo accettati ciò che ci resta è distruggere noi stessi o gli altri.
“Che cosa ci insegna Riccardo III? Tutti abbiamo bisogno di essere accolti, infatti quando non veniamo accettati ciò che ci resta è distruggere noi stessi o gli altri”
Francesco Montanari
Dopo avere recitato in delle serie prodotte da Netflix o anche al cinema o in Tv – raggiungendo così una grande popolarità – l’incontro reale con il pubblico che importanza ha?
Io nasco dal teatro. L’ho sempre fatto, lo produco e lo distribuisco. Penso che il lavoro dell’attore sia uno, senza categorie tra teatro e audiovisivo. Il teatro è una casa, un allenamento e una palestra costante per gli attori, il luogo in cui si mettono in gioco, fondamentalmente per cercare uno scambio umano con il pubblico che ascolta una storia: occhi negli occhi.
“Il teatro è una casa, un allenamento e una palestra costante per gli attori,
il luogo in cui mettersi in gioco”
Francesco Montanari