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La vertigine di essere soli. Intervista a Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni

17 aprile 2026

di Angela Consagra

Che cosa vi ha ispirato del libro di Olivia Laing e fatto decidere di creare questa versione teatrale di Città sola?

“Immaginate di stare alla finestra, di notte, al sesto o al settimo o al quarantatreesimo piano di un edificio. La città si rivela come un insieme di celle, centinaia di migliaia di finestre”. Olivia Laing ragiona e cammina per le strade di New York disegnando una cartografia privata lungo l’abisso dell’isolamento. New York diventa tutte le città che abbiamo attraversato e racconta una solitudine che può essere solo urbana, una passeggiata in sette capitoli per sette inquilini speciali: sei artisti e un intruso, Josh Harris fondatore della prima società di ricerche di mercato su Internet. Inquilini che popolano la città sola di Olivia Laing, una vera e propria “città a sé stante” che scopriamo essere, in fondo, un posto molto affollato. È proprio per tutto questo rovistare tra solitudini, individuali e collettive che Città sola ci somiglia così tanto. Nell’impressione che si ha di un camminare notturno tra le strade di ogni città possibile. Dentro una collettività perduta che riconosce l’arte anche come rammendo delle anime, Laing tocca lo scandalo della solitudine e allo stesso tempo quella vertigine che l’essere soli produce. Perché se l’arte non può riportare in vita i morti, né sanare le liti tra amici, o fermare il cambiamento climatico, ha funzioni tutte sue: può creare intimità, curare le ferite, o dimostrare che non tutte le ferite hanno bisogno di essere curate.

 

E l’allestimento è specchio della città?
La città con i suoi inquilini entra nello spazio scenico, come membrana e parete, i neon verdolini della sera, i palazzoni in brownstone, i sussulti del traffico, il gorgoglio dei tubi di riscaldamento. E dentro la scrittura vi si muove per mezzo di dispositivi sonori e supporti di lettura: radiomicrofoni, micro-microfoni panoramici, un microfono gelato, lo schermo luminescente e notturno di un i-pad; taccuini per appunti, registratori, diari. Tutti ‘utensili’ grazie ai quali l’interprete in scena si aggira, come l’autrice Olivia Laing, fra le vite e i corpi della sua città sola, camminando come amava fare Greta Garbo, “inosservata, non guardata, nonostacolata” o chiusa, di notte, nello spazio privato di una stanza.

"IL TEATRO È PER NOI UNO STRANO POLIPO A TANTE TESTE, UNA SORTA DI CERVELLO COLLETTIVO FATTO A MAPPE"

Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni

 

 

Qual è il ruolo del teatro, oggi, secondo voi?
Innanzitutto, ci sembra che ancora oggi il teatro sia uno dei pochi luoghi di vera concentrazione. Una concentrazione doppia che si vive sul palco, dove una storia viene distillata e portata alla luce, e in sala fra il pubblico, dove i cervelli di tanti esseri umani, equesto non è di poco conto, si concentrano e lavorano insieme. Nel buio e nel silenzio, si riflette e si agisce, in uno scambio costante reciproco

tra interpreti e spettatori, come una continua onda anomala che crea energia. Il teatro è uno dei pochi luoghi in cui ancora, in tempo reale, ci si riunisce inuna comunità viva, che può mettere in discussione idee e cambiare quelle traiettorie immaginifiche con cui diamo senso al mondo. E poi, per quanto riguarda lacasadargilla, il teatro è per noi uno strano “polipo a tante teste”: è una metafora che usiamo spesso, perché coinvolge tutti, anche il pubblico. Si crea una sorta di cervello collettivo fatto a mappe. Una mappa è il palcoscenico, l’altra grande è quella della sala. Questi cervelli si sovrappongono senza coincidere del tutto, in qualche modo producono un paesaggio cheè originale e impossibile, quasi come se matematicamente uno più uno facesse tre. Il Teatro prende spunto anche dall’etimo della parola divertire, ovvero, divergere da una strada che credevamo conosciuta e uscire da un percorso noto. Il riso, quando arriva, può essere perfino pericoloso e rivoluzionario. Non è obbligatorio far ridere, ma quando accade, quando la risata è di sorpresa e di gioia, qualcosa si sposta profondamente nel modo in cui il corpo e la mente leggono il mondo.

E il pubblico: che cos’è davvero?
Il pubblico è un cervello collettivo – come detto prima – che partecipa alla costruzione, alla resa, all’approdo definitivo di uno spettacolo. Un lavoro può essere perfetto sulla carta, ma è il pubblico il porto a cui approda, come se lo spettacolo fosse una nave. Il pubblico è un porto che accoglie, protegge, rilancia. Senza il pubblico, lo spettacolo non è completo. È il terzo punto di un triangolo: interprete, testo (o regia) e pubblico. Anche cambiando gli elementi sul palco, quel terzo vertice formato dagli spettatori resta indispensabile per dare forma e vita all’evento teatrale. Da interprete, il pubblico sono gli altri occhi che costantemente ti si riversano addosso, come una risacca, restituendoti lo specchio del tuo lavoro sulla scena. E il pubblico non è controllabile, non si può addomesticare: a volte ti restituisce dei livelli, certi sguardi, che ti mettono scomodo e ti spostano nelle convinzioni, dandoti da pensare. Ma è proprio questa imprevedibilità a renderlo così prezioso. Gli spettatori trasformano ciò che ricevono, e a un certo punto l’opera può anche diventare qualcosa di diverso da come era stata immaginata. La nostra è una consegna inevitabile, ma anche magnifica: lo spettacolo prende vita propria. In questo momento storico il pubblico è ancora più essenziale. Ogni persona conta, una per una: che siano cinque o cinquecento. C’è una maggiore consapevolezza del valore dell’ascolto e della presenza, perché il pubblico rende il lavoro vivo e fertile, le parole piantano le loro radici.

 

 

"IL PUBBLICO È UN PORTO CHE ACCOGLIE, PROTEGGE, RILANCIA"

Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni