La più grande macchina teatrale del mondo. Intervista a Vinicio Marchioni
01 dicembre 2025
di Angela Consagra
Se dovesse descrivere il suo personaggio, re Riccardo III, che cosa direbbe? Partirebbe sempre dalla definizione “il male” che, per antonomasia, incarna questo personaggio nella storia del teatro?
Sicuramente partirei, per questa analisi, dall’espressione del male, anche se forse sarebbe più giusto domandarmi, in senso più generale: che cos’è il male e che cos’è il bene? Questo testo di Shakespeare è chiaramente la messa in scena di un’ambizione sfrenata, ma il male non viene portato avanti nella storia soltanto da Riccardo III. Se andiamo veramente ad analizzare come sono andati i fatti storici, non dobbiamo dimenticare che si tratta di un periodo in cui ci si ammazzava tra fratelli, pur di ambire alla Corona d’Inghilterra. I tradimenti, le alleanze costruite con i matrimoni, gli accordi per salvare o far cadere un re: questi subdoli meccanismi erano veramente all’ordine del giorno; quindi, non si salva nessuno dei personaggi legati a quell’epoca.
“In fondo, dai tempi di Riccardo III a oggi, non è cambiato assolutamente nulla nell’amministrazione del potere: si assiste sempre al sovvertimento della realtà”
Vinicio Marchioni
Nelle sue note di regia, Latella afferma: “Il male è. Non è una forma, una gobba, una deformità. È vita, natura, divinità”.
In genere si è portati a pensare che il male stia soltanto nella deformità e nella bruttezza… Forse facciamo fatica, oggi nel 2025, a ragionare sul fatto che il male ce lo portiamo dentro, tutti noi. Viviamo in una fase storica in cui è molto consolatorio dire che noi siamo i buoni, che stiamo dalla parte del giusto e che non facciamo male a nessuno. Da sempre, nella storia dell’umanità, c’è stata la necessità di trovare un capro espiatorio e, nel caso di Riccardo III, il personaggio si adatta perfettamente a questa esigenza: lo vedi – in Shakespeare è presentato anche con una deformazione fisica – e pensi subito che lui incarni il male. Ciò è rassicurante, perché senti di essere diverso e, di conseguenza, vicino al bene. Il vero problema riguardo a questo tema, si ha quando il male diventa affascinante ed è narcisistico, quando il male riesce a convincere gli altri di non esserlo ed esprime tutta la sua potenza ammaliatrice. In fondo, dai tempi di Riccardo III a oggi, non è cambiato assolutamente nulla nell’amministrazione del potere, nel modo in cui il potere riesce a convincere il popolo: si assiste sempre al sovvertimento della realtà.
Lo spettacolo ha in scena dei colori chiari, mentre in genere quando si pensa al male è l'oscurità che viene sempre in mente...
Io sono vestito di bianco, il mio abito è un po' goldoniano; diciamo che i costumi dello spettacolo sono sicuramente del Settecento, di un’epoca barocca. Con questa messinscena il regista Antonio Latella ha voluto riflettere sul male attraverso la bellezza, perché le magagne spesso vengono coperte dalla bellezza. Oggi siamo tutti bellissimi e fantastici su Instagram, i potenti sono tutti instagrammabili, ma da qualche parte risiede comunque il male. In particolare, in questa regia c’è spazio per le note di commedia: il tono dello spettacolo è leggero e ironico, il male è in grado di strapparti anche dei sorrisi e di metterti a tuo agio. Riccardo III è una grandissima saga famigliare, che alterna varie vicende per ambire al trono d’Inghilterra in un periodo lunghissimo: si va dalla Guerra dei Cent’anni fino alla Guerra delle Due Rose (Riccardo III è il quarto testo di una tetralogia che inizia con Enrico IV, parte prima-parte seconda-parte terza). Fondamentalmente parliamo di una guerra fratricida, sono due famiglie che si scontrano.
Shakespeare è un autore che la appassiona?
Shakespeare è la più grande macchina teatrale del mondo. È la lingua che utilizza ad affascinare. Ha preso a piene mani il suo racconto dalla storia vera, quella con la Esse maiuscola. E non si può portare in scena Shakespeare se non lo studi bene. Durante l’allestimento dello spettacolo lo studio è stato guidato da Antonio Latella e da Federico Bellini, che hanno curato l’adattamento, dalla dramaturg Linda Dalisi e da Alessio Maria Romano per i movimenti. Sono stati quaranta giorni di prove intensissime, in cui tutto si è manifestato attraverso lo studio della parola. La parola di William Shakespeare non è una parola qualunque e la sfida, per la regia di Antonio, è stata quella di far salire gli attori sul palco e ogni sera cercare di farli parlare come se quelle parole fossero dette oggi. Si tratta di una sfida molto grande per arrivare semplicemente a non recitare e, quindi, non citare una lettera che non esiste più. L’obbiettivo è di fare in modo che il pubblico abbia l’impressione di stare guardando una storia contemporanea sul palcoscenico, una vicenda che accade qui e ora, come sempre dovrebbe essere il teatro. Far succedere le cose realmente sul palcoscenico, in una maniera viva, è un fatto che presuppone la presenza di un attore predisposto a mantenere, replica dopo replica, un grado di gioco totale. Se tu, attore, sei il primo a credere a quello che stai interpretando e se visualizzi bene i pensieri che stai dicendo davanti agli spettatori, alla fine anche il pubblico stesso che ti ascolta crede alla storia rappresentata sul palcoscenico.
“Gli esseri umani, e soprattutto i grandi protagonisti teatrali, sono talmente complessi e tridimensionali: ogni carattere analizza tutti gli aspetti dell'animo umano”
Vinicio Marchioni
Per un attore interpretare il ruolo del cattivo, che tipo di sfida è?
Sai che dopo 25-26 anni di teatro, io non so se esistono dei ruoli da buono... Gli esseri umani, e soprattutto i grandi protagonisti teatrali, sono talmente complessi e tridimensionali: ogni carattere analizza tutti gli aspetti dell'animo umano. Non sempre i personaggi risultano positivi e, anche gli eroi stessi, sono tratteggiati da più sfumature. Un aspetto importante del nostro mestiere è che, quando si ha a che fare con questi grandi ruoli, davvero essere attori diventa quasi uno studio semiologico sull’essere umano.
Che cosa ha significato lavorare ancora con Antonio Latella?
Per me significa un onore enorme, perché Antonio è un regista grandioso. Significa aver ritrovato un amico, ma forse amico è una parola troppo confidenziale che esclude il rapporto professionale. Ho trovato un grande Maestro. Fare teatro con Antonio vuol dire interrogarsi costantemente su questo mestiere: approfondire ogni aspetto, dare importanza allo studio, all’abnegazione, allo spirito di sacrificio in funzione dell'autore e della comprensione dello spettacolo da parte del pubblico.
