La 'caduta' nel personaggio. Intervista a Lisa Ferlazzo Natoli
21 aprile 2026
di Angela Consagra
Che testo è L'amore del cuore di Caryl Churchill?
L'amore del cuore, che è anche solo un grande testo sull’attesa, racconta di una famiglia – i genitori Alice e Brian, la zia Maisie, il figlio Lewis – che aspetta il ritorno dall'Australia della sorella maggiore Susy. Mentre quest’attesa accade (l’arrivo di Susy sembra realizzarsi tre volte e dunque forse nessuna è vera) emergono (ma saranno veri?) inquietanti ricordi del passato: una relazione adulterina di Alice, un misterioso cadavere in giardino. L'amore del cuore inizia con un’ambientazione realistica da dramma domestico, ma subito la superficie di normalità si incrina in una delle molte interruzioni/riprese della narrazione che punteggiano il testo. I personaggi si fermano per ricominciare, come un disco rotto, da un punto immediatamente precedente, replicando azione e dialogo con piccole modifiche e/o aggiunte – riprese che creano un effetto di disorientamento causale e temporale, annullando la verosimiglianza del primo breve segmento e risignificando l’orizzonte di attesa. Come se si trattasse non di una rappresentazione, ma dei resti di una rappresentazione, in cui i personaggi incertamente recitano se stessi e la propria vita. Come se il testo stesso avesse dei ripensamenti e volesse riprovarci in altro modo. Così per mettere in scena L’amore del cuore – in questa alternanza perfetta tra storie familiari e l’esilarante, cupissimo meccanismo a orologeria disegnato da Churchill – l’attore è costretto a prendere posizione sulla scrittura stessa, assecondandola, fraintendendola o ‘sabotandola’ – perché il testo lo richiede e il divertissement teatrale lo consente – mentre il regista continua il lavorio di un vigile direttore d’orchestra cui però inesorabilmente scappa di mano l’organico. Proprio per questo, scegliamo per L’amore del cuore la forma ibrida e ‘ambigua’ di quella che potrebbe a prima vista sembrare una messinscena, ma con l’intenzione di radicalizzarne e metterne a nudo il dispositivo interno, facendone – letteralmente – il disegno di regia. Mostrando, in tempo reale il ‘combattimento’ dell’attore e l’immediatezza delle sue reazioni di fronte alla parola ricordata, dimenticata e rimemorata – la sorpresa procurata dalla stessa frase ripetuta più e più volte nell’arco del testo, o gli inciampi suscitati dall’esplosione del meccanismo narrativo. Ma anche semplicemente lo stupore di un testo che pagina dopo pagina si srotola, si inceppa, si dipana e si incaglia, che perde e riprende senza sosta il filo della narrazione. Scelta artistica ed espressiva che – in una messinscena compiuta e dettagliata intorno a un tavolo familiare, ‘ambiente’ apparentemente realistico – mostra l’attore alle prese con il linguaggio stesso, rivelando il processo che lo porterà alla graduale – e forse involontaria – ‘caduta’ nel personaggio.
Qual è il ruolo del teatro, oggi, secondo voi?
Innanzitutto, ci sembra che ancora oggi il teatro sia uno dei pochi luoghi di vera concentrazione. Una concentrazione doppia che si vive sul palco, dove una storia viene distillata e portata alla luce, e in sala fra il pubblico, dove i cervelli di tanti esseri umani, e questo non è di poco conto, si concentrano e lavorano insieme. Nel buio e nel silenzio, si riflette e si agisce, in uno scambio costante reciproco tra interpreti e spettatori, come una continua onda anomala che crea energia. Il teatro è uno dei pochi luoghi in cui ancora, in tempo reale, ci si riunisce in una comunità viva, che può mettere in discussione idee e cambiare quelle traiettorie immaginifiche con cui diamo senso al mondo. E poi, per quanto riguarda lacasadargilla, il teatro è per noi uno strano “polipo a tante teste”: è una metafora che usiamo spesso, perché coinvolge tutti, anche il pubblico. Si crea una sorta di cervello collettivo fatto a mappe. Una mappa è il palcoscenico, l’altra è quella della sala. Questi cervelli si sovrappongono senza coincidere del tutto, in qualche modo producono un paesaggio che è originale e impossibile, quasi come se matematicamente uno più uno facesse tre. Il Teatro prende spunto anche dall’etimo della parola divertire, ovvero, divergere da una strada che credevamo conosciuta e uscire da un percorso noto. Il riso, quando arriva, può essere perfino pericoloso e rivoluzionario. Non è obbligatorio far ridere, ma quando accade, quando la risata è di sorpresa e di gioia, qualcosa si sposta profondamente nel modo in cui il corpo e la mente leggono il mondo.
“Nel buio e nel silenzio, si riflette e si agisce, in uno scambio costante reciproco tra interpreti e spettatori”
Lisa Ferlazzo Natoli

“Il teatro è uno dei pochi luoghi in cui ancora, in tempo reale, ci si riunisce in una comunità viva, che può mettere in discussione idee e cambiare quelle traiettorie immaginifiche con cui diamo senso al mondo”
Lisa Ferlazzo Natoli
E il pubblico: che cos’è davvero?
Il pubblico è un cervello collettivo – come detto prima – che partecipa alla costruzione, alla resa, all’approdo definitivo di uno spettacolo. Un lavoro può essere perfetto sulla carta, ma è il pubblico il porto a cui approda, come se lo spettacolo fosse una nave. Il pubblico è un porto che accoglie, protegge, rilancia. Senza il pubblico, lo spettacolo non è completo. È il terzo punto di un triangolo: interprete, testo (o regia) e pubblico. Anche cambiando gli elementi sul palco, quel terzo vertice formato dagli spettatori resta indispensabile per dare forma e vita all’evento teatrale. Da interprete, il pubblico sono gli altri occhi che costantemente ti si riversano addosso, come una risacca, restituendoti lo specchio del tuo lavoro sulla scena. E il pubblico non è controllabile, non si può addomesticare: a volte ti restituisce dei livelli, certi sguardi, che ti mettono scomodo e ti spostano nelle convinzioni, dandoti da pensare. Ma è proprio questa imprevedibilità a renderlo così prezioso. Gli spettatori trasformano ciò che ricevono, e a un certo punto l’opera può anche diventare qualcosa di diverso da come era stata immaginata. La nostra è una consegna inevitabile agli spettatori, ma anche magnifica: lo spettacolo prende vita propria. In questo momento storico il pubblico è ancora più essenziale. Ogni persona conta, una per una: che siano cinque o cinquecento. C’è una maggiore consapevolezza del valore dell’ascolto e della presenza, perché Il pubblico rende il lavoro vivo e fertile, le parole piantano le loro radici.
“Il pubblico è un porto che accoglie, protegge, rilancia”
Lisa Ferlazzo Natoli