Il sale della vita. Intervista a Serena Sinigaglia
20 febbraio 2026
di Angela Consagra
Il termine Empireo (secondo le antiche teorie astronomiche è il più esterno dei cieli, luogo di pura luce) ha una valenza simbolica?
Rappresenta simbolicamente l’essere umano che guarda verso il cielo nella speranza che il proprio destino possa cambiare. È un gesto misto tra speranza e disperazione. A terra, dove ci troviamo a vivere, le cose possono essere tragiche, difficili, talvolta crudeli e incomprensibili, quasi inarrestabili. E allora lo sguardo si alza, in cerca di un segno. È una metafora antica: quanta iconografia, laica e religiosa, ci mostra l’umanità che guarda verso l’alto chiedendo una risposta. Ci rivolgiamo al cielo perché crediamo che possa esserci d’aiuto, migliorando il nostro destino e riempiendo di attesa il futuro.

La vicenda è ambientata nel Settecento, ma i temi sembrano appartenere a ogni epoca, sono molto contemporanei.
L’autrice, Lucy Kirkwood, ha scelto volontariamente di discostarsi dal tempo presente per parlare in modo ancora più nitido del contemporaneo. Guardare le cose da lontano permette di coglierne l’universalità. Siamo nel momento del passaggio della Cometa di Halley e della trasformazione, in particolare per l’Inghilterra, in una società contaminata da una vera e propria rivoluzione industriale: si passa da una cultura legata alla sapienza delle levatrici, da un sapere unico di tipo femminile tramandato di generazione in generazione, a una medicina puramente scientifica dominata dagli uomini. Questo passaggio non è casuale e di fatto afferisce anche alla vicenda che viene raccontata durante lo spettacolo.
E il femminile, proprio nei rapporti che intercorrono, cambia molto come viene rappresento nel Settecento rispetto a oggi? Oppure, nonostante i secoli lontani, le dinamiche restano simili?
Questo è un testo fortemente corale e di marcata ispirazione shakespeariana. I grandi autori inglesi, e in questo caso stiamo parlando della Kirkwood, appunto, hanno appreso dal migliore: William Shakespeare. I personaggi sono tridimensionali e profondamente umani. Ognuno rappresenta una femminilità, una condizione specifica, che li rende vividi, davvero credibili e vivi. Nessuno è accessorio: non esistono ruoli piccoli o grandi, protagonisti o secondari, si lavora sulla coralità e tutti i caratteri in scena hanno una loro assoluta e imprescindibile importanza drammaturgica. È una lezione che viene da Shakespeare: nelle sue opere, anche chi entra in scena per poche battute ha una propria ragione d’essere. Tutti sono necessari e questa polifonia di punti di vista diventa straordinariamente efficace e potente, perché il teatro, alla fine, è semplicemente questo: un luogo dove la polis riflette su se stessa.
Il gruppo numeroso di attrici presenti in scena richiama, in qualche modo, il coro del teatro classico?
Mi sono ispirata alla coralità greca nella sobrietà, nel nitore, nella semplicità e nell’armonia tra le diverse voci. L’allestimento è essenziale, come se si trattasse di un’orazione civile, pubblica e politica: quattordici sedie immerse nel nero e dei microfoni, con le attrici che si limitano ad alzarsi o sedersi a seconda delle circostanze. Tutto il resto è affidato alla forza evocativa delle parole. Infatti, utilizziamo anche le didascalie del testo in cui si spiega cosa accade e cosa si vede sulla scena, non soltanto il dialogo diretto: è un modo per rendere omaggio al teatro puro. Credo che oggi più che mai sia fondamentale ricordarci la grammatica del teatro, che non mostra mai la realtà, piuttosto la evoca. Il teatro chiede agli spettatori di unirsi al racconto attivando l’immaginazione; lo descrive bene Shakespeare nel prologo dell’Enrico V: “Lasciate che noi, zeri in questo gran conto, mettiamo in moto la vostra immaginazione… Colmate col vostro pensiero le nostre lacune: di un uomo che vedete fatene mille”. Ecco che, di fronte alla digitocrazia e al dominio nella nostra società delle immagini, avere tra le mani un’opera come L’Empireo mi consente, al contrario, di mettere in scena un ritmo totalmente teatrale ed evocativo. Naturalmente, per raggiungere questo obiettivo, serve un testo che funzioni e attrici capaci di reggere la scena con pochissimo... Ma questa è la magia del teatro: con nulla, si fa tutto.
“Credo che oggi più che mai sia fondamentale ricordarci la grammatica del teatro: non mostra mai la realtà, la evoca”
Serena Sinigaglia
Cosa deve avere una storia per convincerla a essere rappresentata?
Prima di tutto bisogna assolutamente citare e ringraziare l'infaticabile lavoro di Monica Capuani, una traduttrice e una dramaturg che porta in Italia moltissimi testi inglesi e che con tenacia non smette di proporre. Di un testo a me interessa sicuramente la coralità, anche se è complessa da sostenere produttivamente perché costa molto portare in tournée 13 attrici e 1 attore come, per esempio, accade per L’Empireo. In seconda istanza, cerco quelle tematiche che più sento urgenti e vive nel dibattito contemporaneo, ma da trattare con epicità, che è un altro aspetto che mi attira fortemente: il non-realismo, il tentativo di ragionare su concetti assoluti con il fine di ricostruire un umanesimo, una coscienza che rischiamo di perdere, ma che è invece il sale della vita. Infine, un ulteriore elemento fondamentale è rappresentato dagli attori e dalle attrici di cui teatralmente mi innamoro. Artisti e artiste capaci di dire e di dare qualcosa di necessario al pubblico.
Quando pensa a una nuova regia, qual è il primo elemento da cui parte?
Dal testo, sempre. L’impulso dentro di me nasce dalle parole. Amo la parola, provengo da studi classici. Anche quando affronto l’opera lirica, lo faccio da un punto di vista prettamente drammaturgico. Tento di scoprire il senso, le ragioni che muovono determinati conflitti ed emozioni. Il cuore di un testo è la forma che l’autore gli ha dato, anche se a volte intervengo io stessa: magari colgo un’intuizione fortissima e ho bisogno di riadattare. Lavoro sempre sui testi. In Empireo la scelta di usare anche le didascalie, come detto in precedenza, è una manipolazione del testo che per me è stata essenziale ai fini della messinscena. Mi interessano quelle opere che hanno un’urgenza potente, perché veicolano problematiche che dovrebbero risuonare nel reale, di carattere politico e sociale. Sono figlia di Shakespeare e del teatro greco: cerco sempre quella tensione verso l’assoluto. E il teatro non è altro che il tentativo disperato di restare umani.