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Il coraggio di Čechov. Intervista a Filippo Dini

23 febbraio 2026

di Angela Consagra

Il gabbiano è considerata l’opera più lirica di Čechov. Che cosa l’ha attratta, in particolare, di questo testo?

Sicuramente non la lirica. Noi italiani abbiamo un rapporto complicato con la letteratura: tendiamo a rendere tutto lirico, perché la lirica domina i nostri gusti e tutto diventa cantato e quasi museale. Questa è la nostra tendenza: rendere l’arte come qualcosa da tenere in una teca e osservare con devozione. Il teatro, invece, è materia viva che va restituita viva sul palcoscenico. E, in generale, le mie regie sono molto legate al reale e all’autore. Per quanto io abbia potuto osare in questo spettacolo, come regista, è sempre una parte infinitesimale rispetto a quanto ha osato Čechov scrivendo Il gabbiano. Infatti, quello che mi ha colpito davvero, che mi ha attirato di questo testo, è il coraggio di Čechov. La sua capacità di osare. In quest’opera racconta di un giovane, Kostja, un aspirante scrittore che accusa il teatro del suo tempo di essere morto, ripetitivo, incapace di innovare. Capisce che sia necessario sovvertire l’arte, e non si limita a dirlo: mette in scena uno spettacolo estremamente simbolico e intellettuale. Se oggi rileggiamo bene Il gabbiano, sembra scritto trent’anni fa, non nell’Ottocento. È modernissimo e difficile, per affrontarne la rappresentazione occorre seguire questa direzione. Ma ciò che mi ha coinvolto di più è il confronto generazionale: la storia di una generazione giovane che guarda alla vita in modi diversi, ma sempre con un’energia dirottamente esplosiva, una speranza enorme e una forza eccezionale. Però, nel corso della vicenda, questi sentimenti vengono completamente spenti e umiliati, distrutti. La morte di Kostja, alla fine, è il simbolo del fallimento. È un tema che sento profondamente contemporaneo. Le giovani generazioni oggi sono estremamente svantaggiate: non credo che lasceremo ai nostri figli un mondo migliore di quello che abbiamo trovato. Parlo di ideali, della salute del pianeta, della classe politica, dello stato delle nostre scuole.

In Čechov non c’è speranza?

No, perché il senso della fine è centrale nella sua opera. Pensiamo a Il giardino dei ciliegi, il suo ultimo testo, quello più profondo e complesso: finisce con il rumore delle asce sugli alberi di ciliegio. È la fine di un’epoca, di un’era, di un modo di pensare: è finito tutto. Gli autori russi di quel periodo sentivano di vivere un tempo che precedeva un’apocalisse: infatti, arrivò la Rivoluzione. In qualche modo anche noi siamo in una fase simile: l’Occidente sembra aver esaurito il suo corso, devastando tutti gli altri popoli del mondo. Quando una civiltà entra in crisi, aumentano le derive autoritarie, come in America. Non so cosa accadrà, e non succederà neanche tra poco… Comunque, Čechov è un autore mai disperato in modo assoluto: guarda l’essere umano con un sorriso ironico e un gusto per il ridicolo, con indulgenza. Si può anche ridere nelle sue commedie, anche se i finali restano inesorabili.

 

Nei testi che decide di mettere in scena ritorna spesso il tema dei rapporti umani e familiari. È una scelta consapevole?

Certamente la questione della famiglia mi affascina molto, così come il confronto uomo-donna. Questo è il grande nodo del nostro vivere sociale: ormai già un secolo fa è stata annunciata la rivoluzione dell’emancipazione femminile. Ma quella rivoluzione non è mai davvero avvenuta. Le brutali cronache quotidiane lo dimostrano: sono un esempio evidente del fatto che non si vuole davvero questo cambiamento.

 

È difficile essere insieme regista e attore?

Per me è la cosa più felice. Quando faccio solo il regista sto male, mi sento come se fossi un ospite, quasi come se tradissi qualcosa. Stando in scena capisco meglio le difficoltà degli attori, sto con loro “a faticarmela”, sono parte del gruppo: non c’è uno sguardo superiore che governa. Carlo Cecchi - che è scomparso di recente ed è stato il mio Maestro – rispondeva a chi gli chiedeva se fosse meglio essere regista senza recitare: “Ti perdi il meglio!”. Credo un po’ di più nell’arte drammatica dell’attore e un po’ meno nella sola regia, fare entrambi è più democratico.

Quando inizia a lavorare a uno spettacolo, qual è il primo elemento da cui parte?

Dall’autore. Studio maniacalmente il testo, la biografia, il contesto. Poi nasce il cast e insieme il pensiero sullo spazio. Tutto questo fa parte della preparazione, è il bagaglio che serve per arrivare al giorno della prima prova. Da lì parte un percorso totalmente nuovo, che è quello con gli attori. È come, per esempio, immaginare nella mente un tavolo o costruirlo davvero: sono due fasi completamente diverse.

 

Che cos’è il pubblico per Lei?

Il mio maestro più grande. Non lo dico per retorica; è stato proprio Carlo Cecchi a insegnarmi a sentire il pubblico.  Si impara strada facendo. Quando inizi ad avere un orecchio allenato, diciamo così, all’ascolto degli spettatori ti rendi conto di tante cose, anche a livello umano: scopri nuovi aspetti di te stesso, dello spettacolo che si sta facendo. In una bellissima frase, Eduardo De Filippo diceva che occorre sempre tendere una mano al pubblico, perché dopo un po’ te la stringerà… Ma quando ti offrirà anche l’altra devi rifiutarla: non ha senso lavorare solo per accontentare gli spettatori, anzi: bisogna lavorare per condurre lo spettacolo nell’incontro di quella data recita con quel determinato pubblico. È un incontro che va capito e interpretato.

 

E il teatro?

Il teatro è un’opportunità. Per migliorare il proprio essere, il proprio vivere. Come la psicanalisi o la fede che possono aiutarci nella nostra esistenza, l’arte è preziosa perché si avvale di uno strumento unico: la fantasia. Attraverso la fantasia che viene innescata da qualsiasi tipo di opera artistica, abbiamo la possibilità di riconoscere noi stessi all’interno della finzione teatrale che ci viene presentata. E nel riconoscerci possiamo migliorarci. Possiamo imparare ad accettare la diversità come ricchezza, a essere più consapevoli, ad amare un po’ di più. Il teatro non cambia il mondo da solo. Ma può cambiare chi lo guarda. E questo è già moltissimo.