Fermi-immagine dal presente. Intervista a Daniele Villa
14 maggio 2026
di Angela Consagra
Partendo dal titolo, Talk Show Polaroid: perché Polaroid? E qual è la Polaroid che fotografa il nostro mondo e che si racconta in scena?
Il nostro talk vuole restituire alcuni fermi-immagine del presente, alcune “Polaroid”. Il bello della Polaroid è che si materializza sotto i nostri occhi: subito dopo lo scatto è possibile osservare il processo di messa a fuoco, veder affiorare le forme, soffermarsi in modo più riflessivo e attento sull’immagine che si sta componendo. Nel nostro tempo però questo è un approccio sempre più difficile da difendere, considerata la velocità spasmodica del ciclo di consumo delle notizie.
“Per noi il teatro è sempre politico, quindi è sempre un modo per cantare il nostro tempo”
Daniele Villa
I temi che affrontate sono quelli della nostra contemporaneità (dall'Ucraina, al Medio Oriente e al ruolo del giornalismo al tempo della post-verità) e che leggiamo e ascoltiamo tutti i giorni ai TG: come si trasforma questo materiale denso di informazioni in un talk, per essere trasportato sul palcoscenico?
Il formato è quello dell’intervista: siamo noi tre Sotterraneo seduti a un tavolo con Cecilia Sala. Parleremo di geopolitica attraverso la lente d’ingrandimento del suo lavoro: articoli, podcast, libri, altre interviste. L’ambizione del talk però è quella di iniettare teatralità nel dialogo, pensare le domande in modo che questa chiacchierata abbia il sapore di una drammaturgia, nutrire il discorso giornalistico con immagini, suoni e momenti teatrali, proviamo insomma a ribaltare l’infotainment: invece di intrattenere distorcendo la realtà in senso “drammatico” come tanti talk televisivi, lavorare al contrario in modo ludico-critico ad approfondire e chiarire i fatti.
Com'è nata per Sotterraneo l'idea di Talk Show Polaroid?
Siamo un gruppo che fa teatro di ricerca, per noi lo studio, la documentazione, le estese bibliografie, gli incontri con autori e consulenti rappresentano una dimensione cruciale del lavoro. Questa parte però rimane sempre nascosta, sommersa, si vede solo lo spettacolo, proprio come la proverbiale punta dell’iceberg. A un certo punto quindi abbiamo pensato che il formato talk poteva permetterci di portare in superficie tutto il lavoro teorico che ci accompagna e di condividerlo con il pubblico in modo accessibile e stimolante. Se un qualunque racconto è la vita senza i tempi morti, il nostro talk è un come diversi mesi di studio condensati in un’ora e mezzo di dialogo serrato.
In che modo il teatro e il mondo/la realtà si intrecciano? Qual è il punto in cui possono incontrarsi?
Ogni teatrante fa della realtà quello che vuole (ed è giusto così). C’è chi la mette in scena così com’è. C’è chi prova a rimuoverla attraverso l’astrazione più estrema. E poi ci sono tutte le soluzioni intermedie a questo spettro. Per noi il teatro è sempre politico, quindi è sempre un modo per cantare il nostro tempo, senza però spiegarlo, chiarirlo, senza l’obiettivo di educare – piuttosto nel nostro teatro la realtà viene centrifugata con l’immaginario collettivo per esaltarne complessità, ambiguità, contraddittorietà e lasciare il pubblico ancora più dubbioso di quando è entrato. Talk Show Polaroid però è un formato divulgativo, un pezzo che vuole parlare di attualità e analizzarne alcuni aspetti, a tratti persino prendendo posizione. Il nostro talk non è una palestra di misteri e segni come gli spettacoli, semmai è un affaccio sui processi critico-razionali che usiamo per preparare uno spettacolo: negli spettacoli siamo posseduti dai demoni, nel talk invece condividiamo parte del lavoro quotidiano con cui proviamo a sconfiggerli, i demoni…
“L’ambizione del talk è quella di iniettare teatralità nel dialogo, pensare le domande in modo che questa chiacchierata abbia il sapore di una drammaturgia”
Daniele Villa
Per una descrizione della vostra Compagnia si leggono le parole: “un collettivo di ricerca teatrale fra immaginario collettivo e pensiero filosofico”. Com’è cambiato, nel corso del tempo, Sotterraneo?
A noi interessa condurre una ricerca profonda, densa di riferimenti filosofici, antropologici e sociologici. È un percorso di studio che accompagna tutta la nostra traiettoria e tutte le nostre produzioni, perché siamo dei nerd, dei fanatici bibliomani che leggono continuamente, ma che portano questo studio legato alla complessità del male di vivere e del dolore del mondo dentro a delle trasfigurazioni teatrali, in una dimensione di piacere e di vitalità, che celebra l’incontro con il pubblico, sempre in maniera intensa, ritmata e accesa. Un gioco che, in quanto tale, può essere feroce e simulare la realtà del mondo in cui ci troviamo per indurre alla riflessione, però rimane comunque un gioco, nel senso di un esperimento condiviso con gli spettatori. Nel tempo il nostro intento è rimasto costante: sono cambiati i metodi, le forme e il linguaggio con cui arriviamo al risultato voluto, ma l’ossessione è sempre quella di parlare del mondo, delle sue storture e dei suoi orrori, con un taglio ironico e in una comunicazione diretta con il pubblico. Il teatro diventa allora un esercizio di cittadinanza proattivo, ludico e intelligente: in una parola vitale.