Vai al contenuto principale

Farsi strumento. Intervista a Elio Germano e Teho Teardo

03 marzo 2026

di Angela Consagra

Intervista a Elio Germano


Come nasce La guerra com’è?

Questo non è puramente uno spettacolo, piuttosto si tratta di un tentativo di restituzione e di amplificazione sulla scena delle parole di chi la guerra l’ha vista per davvero e se ne è occupato per anni. Abbiamo scelto di portare in scena le parole di Gino Strada tratte dal suo libro Una persona alla volta: noi cerchiamo di metterci a disposizione; l’idea comune con Teho Teardo, in questo spettacolo, è stata quindi di farsi strumento affinché le parole di Gino Strada vengano ascoltate da più persone possibili. Il fondatore di Emergency racconta l’impegno contro la guerra. Lui descrive proprio la guerra così com’è, esattamente com’è, facendo riferimento all’esperienza personale: ha conosciuto la guerra, dato il lavoro cha ha fatto, curando e rimettendo insieme pezzi di umanità smembrati dalle guerre – come lui stesso dice –, agendo anche da un punto di vista fisico, tecnicamente sul tavolo operatorio. L’unica cosa che è uguale sempre, in tutti i combattimenti, non considerando le varie retoriche e propagande, sono le vittime. Quello di Gino Strada è un testo che offre molti spunti di riflessione sull’inutilità dei conflitti e sulle drastiche conseguenze per la popolazione civile, coinvolta suo malgrado nella guerra. Il ripudio della guerra è un concetto accolto, sottolineato e scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Ma è un periodo dove viene chiesto al nostro Paese di investire tante risorse negli armamenti, invece di pensare alla scuola o alla sanità che sono dei diritti che appartengono a tutti.

In che modo le parole di Gino Strada riescono a empatizzare con gli spettatori?

È un libro forte e semplice nel linguaggio, che restituisce la voce di Gino, il modo di dire le cose di una persona molto competente che ha vissuto esperienze importanti e non può fare a meno di raccontarle, senza retorica. Il racconto di chi la guerra l'ha vissuta in prima linea – come detto prima –, dalla parte di chi ricuce, di una persona che non è interessata ai colori degli schieramenti, ma a rimettere insieme pezzi di umanità scomposta. È una cosa forte e rivoluzionaria, soprattutto in un momento storico in cui nel mondo sono in corso più di cinquanta guerre. Probabilmente questa è proprio una delle epoche più adatte per capire la guerra cos’è davvero.

 

Il teatro può essere la via giusta per narrare il presente?

Non esiste un modo solo di fare l’attore: il modo migliore è essere più liberi possibile in scena. Fondamentale è riuscire comunque a dare qualcosa agli altri, donare un’emozione allo spettatore raccontando qualcosa. Il nostro è un mestiere in cui l’oggetto del lavoro va ritrovato all’interno del proprio corpo, ognuno dentro se stessi. È questa tensione profonda che io cerco sempre di inseguire. Per me il teatro è qualcosa di magico, una zona della meraviglia che si costruisce sul palcoscenico. Io amo fortemente gli spettacoli dal vivo: amo l’idea della gente che si riunisce insieme per condividere uno spettacolo, ed è proprio in questa condivisione tra più anime che lo spettacolo può avvenire.

“La guerra non è inevitabile. La guerra è solo una pessima abitudine.”

Gino Strada

 

Intervista a Teho Teardo

 

Ad accompagnare le parole sulla scena i flussi sonori del compositore Teho Teardo…

Credo che per Gino Strada la guerra sia qualcosa da vivere con una dovuta tenacia e con una dose di utopia. Ho pensato, allora, che il suono della goccia con cui iniziamo questo spettacolo, la goccia d’acqua, fosse l’unità di misura più appropriata per costruire l’utopia necessaria per affrontare la guerra. La goccia simboleggia la tenacia di Gino Strada. Poi, all’interno di quel suono, entrano le parole di Elio e ritrovo la musica: tutto procede per raccontare questa nefandezza della guerra a cui siamo ormai inevitabilmente abituati. Sul palcoscenico lo spazio che, nel suono, diviene tridimensionale e si fa abitare. La musica si manifesta nel modo in cui guardiamo quei luoghi, tra una sfera privata e una più pubblica, tra interno ed esterno. Le parole li attraversano, proprio come farebbero le cellule con una membrana. Quando leggo le parole di Gino Strada vengo travolto da un’energia irresistibile che mi fa venir voglia di fare, di costruire qualcosa, di reagire. Anche quando arrivano dall’epicentro di una tragedia umanitaria, dal mondo che va in frantumi. Lo faccio con la musica che è ciò con cui mi sintonizzo con il mondo.