Amore e trasformazione. Intervista a Chiara Guidi
02 gennaio 2026
di Angela Consagra
Il mostro a cui fa riferimento il titolo, Il mostro di Belinda, è qualcosa che appartiene a tutti noi e che dobbiamo, in qualche modo, affrontare?
La Bella e la Bestia, cui lo spettacolo si ispira, è una fiaba che viene da molto lontano, ricca di rimandi e angolazioni. La trama è nota e ha diverse varianti. Rimanda a una condizione umana che riguarda sia la Bella che la Bestia. E questo è uno spunto privilegiato per il mio punto di osservazione sul teatro. Mi ha guidato, nella composizione, la “Lettera di San Paolo ai Romani”, dove egli dice che non riesce a capire ciò che fa, poiché si accorge di non compiere il bene che vuole, ma il male che non vuole, poiché il male è sempre accanto a lui. Di questa fiaba a me interessava non tanto porre l’attenzione sull’innamoramento tra i due protagonisti, bensì evidenziare il dilemma tra bene e il male che ogni corpo vive. Chi è l’eroe di questo spettacolo? Non è la Bella né la Bestia, piuttosto è colui che vince l’insidia del male: Amore, la cui freccia innesca una trasformazione non solo del brutto ma anche del bello.
E che cos’è davvero l’amore?
Non lo so. Ma so cosa deve fare. L’Amore ha un compito: colpire il cuore e trasformare una storia in un’altra storia.
“Abbiamo bisogno della forza rivoluzionaria dei bambini, perché attraverso di loro è possibile saltare nel vuoto che l’immaginazione del gioco spalanca”
Chiara Guidi
Come si riesce a individuare un registro comunicativo che possa arrivare allo stesso tempo sia ai bambini che agli adulti?
La scrittura scenica de Il mostro di Belinda, rivela nel sottotitolo (metamorfosi di un racconto) la chiave dell’intera drammaturgia: andare oltre ciò che appare, per inventare un nuovo ordine delle cose. Lo rivelano i bambini quando giocano, per cui stare seduti sotto un tavolo è, per loro, come stare seduti nella propria casa. Essi non guardano la funzione dell’oggetto ma lo trasfigurano e mettono in prova un altro mondo per conoscerlo. Non è forse un invito a riflettere, l’analfabetismo dei bambini? Abbiamo bisogno della forza rivoluzionaria dei bambini, perché attraverso di loro è possibile saltare nel vuoto che l’immaginazione del gioco spalanca; questo consente di mettere alla prova il linguaggio, e quindi porsi in ascolto di ciò che non c’è, ma c’è.
È difficile in questa realtà che viviamo, superveloce e super tecnologica, trasmettere ai bambini la bellezza e la poesia?
L’infante è colui che vive prima del linguaggio e con tutto il corpo si avvicina alle cose spinto dal desiderio di sapere. Quante volte chiede: “Perché?” oppure “Che cos’è?”; e sempre scopre in un nome un altro nome, in una storia un’altra storia. Nel ritmo dello spettacolo ho introdotto molte pause. Attese. In quel vuoto sospeso i bambini sanno aspettare ciò che ancora non c’è. Sentono che qualcosa di bello succederà e ci invitano a crederlo.
Il pubblico e il teatro, cosa sono per Lei?
Come il gioco anche l’arte non ha come obiettivo la conoscenza, e tuttavia la genera. Un po’ come la fiaba, che non ha come obiettivo il sapere, eppure insegna. E la conoscenza si sprigiona in questo processo, dove la voce scava o riempie buchi. Il teatro, per me, non è mai un intrattenimento scenico, né si rivolge al pubblico per informarlo o per stupirlo. È un gesto di qualcuno o qualcuna. La memoria può trattenerlo oppure perderlo per sempre. Ma quando quel gesto lo si ricorda può essere raccontato di nuovo, con altre parole, non per spiegarlo ma per ripeterlo in un altro posto. Il bambino può farlo perché sa giocare. Per questo è lo spettatore originario e originante. Riconosce al teatro quella condizione primigenia che solleva le parole dalla pagina del libro per farle camminare.