La morte oggi non si nomina. Nascosta, rimossa, confinata altrove. Vecchi, malati e morti vengono separati dai vivi, come corpi estranei da non guardare. Ma l’illusione dell’eterna giovinezza non basta a cancellare la paura: quando la morte ci sfiora, irrompe con forza comica e tragica insieme. Lo spettacolo indaga questa rimozione, fotografando le contraddizioni di un presente che ci vuole immortali eppure ci ricorda ogni giorno la nostra fragilità. Una combustione lenta, sotterranea, che continua a bruciare sotto la cenere.
The end è uno spettacolo nato in un momento importante delle nostre vite.
Nello stesso tempo stavamo per accogliere una nuova vita e attraversavamo la malattia di una persona cara. Questi eventi ci hanno portati a chiederci quale sia la linea che separa vita e morte.
Come viviamo e come moriamo.
Dove viviamo e dove moriamo.
Oggi a 15 anni di distanza dal debutto dello spettacolo queste domande sono ancora
aperte.
Stiamo nuovamente attraversando un momento di passaggio. I nostri figli non sono
più dei bambini e i nostri genitori sono diventati anziani.
The end 15 anni dopo.
Dopo aver visto la fine da vicino.
Dopo aver accompagnato persone care fino all’ultimo respiro.
Dopo aver ascoltato il battito del cuore che rallenta fino a fermarsi.
The end 15 anni dopo perchè il nostro desiderio di trasformarci in eterni Dorian Gray è vivo oggi più di ieri.
The end 15 anni dopo perchè il nostro bisogno di umanità cresce.
Il nostro bisogno di calore brucia.
Le nostre solitudini aumentano.
La nostra ipocrisia annega.
Le nostre fobie esplodono.
The end 15 anni dopo è ancora un grido e una carezza.
Una carezza a chi ci lascia, a quello che ci lascia.
Una carezza alla sua carne e al nostro cuore.
Un grido che esprime la difficoltà ad accettare ogni fine.
Un grido che apre uno squarcio sul nostro rapporto con la morte. Con le nostre paure. Con le nostre fobie. Con le nostre teste che si volgono ogni volta dall’altra parte.
Un grido che apre uno squarcio sul nostro tentativo di spostare sempre più avanti il fine corsa.
Sul nostro tentativo di cancellarlo e di trasformare ogni vita in un anello senza fine.
Quando l’anello si spezza e il fine corsa si manifesta con la sua crudezza chiudiamo
le nostre grida e i nostri silenzi, il nostro sangue stanco e il nostro fiato corto dentro
delle stanze/celle/culle/saloni/case/non case/ che chiamiamo ospedali/case di
riposo/lunghe degenze/reparto/terapia intensiva/RSA.
The end 15 anni dopo per tenere vive la rabbia e la poesia.
Per non smettere di guardarci allo specchio.
Di prenderci a schiaffi.
Di essere profondamente feroci e profondamente umani.
PREMIO UBU 2011 Miglior Novità Italiana Ricerca Drammaturgica
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Consigliato ai maggiori di 14 anni
Durante lo spettacolo verrà sparato un colpo di pistola a salve e verrà utilizzato un linguaggio esplicito.
50 minuti, atto unico
Intero
Posto unico € 19
Ridotto Over65 e Convenzioni
Posto unico € 17
Ridotto Soci Unicoop Firenze
Posto unico € 16
Ridotto Under35 e Abbonati
Posto unico € 15
NOTE DI REGIA
Oggi la morte non esiste. Non se ne parla. Non la si affronta, né la si nomina. È un tabù. La morte viene occultata, nascosta. La consideriamo come qualcosa che non fa parte della vita.
La religione cattolica ha le sue responsabilità, ma il nostro modello e stile di vita sposa perfettamente la volontà di rimuovere la questione. Nel momento in cui ci troviamo a diretto contatto con la morte tornano a galla in modo dirompente le nostre paure. Il buon
senso o senso comune non servono più a nulla. Non basta sapere che la vita ha un ciclo, che i propri genitori invecchiano, che ammalarsi è possibile. Non basta neanche la visione consolatoria che la religione ci offre.
La morte rimane tale. Uno spettro scuro di cui abbiamo infinitamente paura. In modo estremamente tragico. In modo estremamente comico.
Oggi invecchiare come ammalarsi non è consentito. Il mito dell’eterna giovinezza dilaga. Ci stiamo trasformando in un mondo di Dorian Gray. Vecchi e malati vivono separati dal resto della popolazione. Le parti deboli, d’intralcio o pericolose hanno un luogo a loro deputato
in cui stare. Anche i morti per definizione vivono separati dai vivi. Siamo consapevoli che non sempre è stato così, ma per noi oggi è un dato di fatto.
Ci guardiamo e proviamo a fotografarci. A interrogarci sulle ragioni che ci portano a vivere la morte come un corpo estraneo. Violento. Traumatico. Un evento con cui non convivere e non riconciliarci. Di sicuro vedere un corpo morto per la prima volta a vent’anni è diverso da averlo sempre visto. Vedere un animale morire. Ucciderlo. È diverso da trovarlo selezionato e confezionato. Incontrare la morte quotidianamente oggi è un eccezione.
Ma la regola continua a volerci mortali.
Il modo in cui viene affrontata e trattata la morte oggi è profondamente bruciante e carico di contraddizioni. È una combustione lenta e sotterranea, forse per questo più dolorosa e non cicatrizzabile. Ogni tanto riesce a zampillare all’esterno prima di tornare a scorrere sotto traccia. Coperta da una cenere che non è mai in grado di spegnerla. Ma che si ostina a relegare nell’alveo di un individualismo che nega una sua elaborazione collettiva.
Valeria Raimondi e Enrico Castellani
The end
- di
Valeria Raimondi, Enrico Castellani
- collaborazione artistica
Vincenzo Todesco
- con
Valeria Raimondi, Enrico Castellani, Luca Scotton
- scene
Babilonia Teatri, Gianni Volpe, Luca Scotton
- luci e audio
Babilonia Teatri, Luca Scotton
- costumi
Babilonia Teatri, Franca Piccoli
- foto
Marco Caselli Nirmal, Sara Castiglioni, Francesco Capitani
- produzione
Babilonia Teatri, SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione





