Tempi di guerra
“Il problema universale del male e del dolore… ci trasmette lo sgomento; ma insieme allo sgomento ci trasmette anche la dignità di affermare il valore della vita di fronte all’enigma della vita”
Gabriella Ripa di Meana, Tempi di guerra
Credeva che pregare fosse parlare; imparò che pregare è non solo tacere, ma ascoltare. Ed è così. Pregare non è ascoltare se stessi parlare, ma è giungere a tacere e restare in silenzio, nell’attesa, fino a che chi prega non arrivi ad ascoltare Dio.
S. Kierkegaard, il giglio del campo e l’uccello nel cielo. Tre discorsi di devozione
In questa preghiera danzata agiscono semplici creature che rivolgono l’attenzione alla maestria e ai dettagli del gesto per sorprendersi nella tragicità degli eventi: rammentare col corpo per creare una storia della danza rivolta alla Stasis, “il levarsi in piedi dei cittadini nella forma estrema del dissenso”. Così le danze assumono l’aspetto di preghiere che alleano i corpi al diritto politico e plurale di apparizione, corpi che si mostrano insieme ad altri, secondo liturgie che muovono verso l’amicizia.
Contrapporsi alla guerra diviene un atto che abita lo spazio minuscolo di una stanza, luogo meditante. Danze di guerra insolite che indicano la presenza di una cosa diversa dalla guerra, la consapevolezza dell’impegno e, come ci indica Rebecca Solnit, la forza di rimanere svegli. Sopraggiunge la forma della preghiera, ierofania di gesti che riunisce intorno a sé grappoli di meditanti, fedeli di un corpo reso tattile dal prolungarsi degli avvicinamenti, dei tocchi con l’aura delle cose.
Dal dialogo con Gabriella Ripa di Meana (Tempi di guerra, Casa editrice Astrolabio, 2024), nascono i contesti coreografici dove abbiamo accolto l’insegnamento rivolto alle pratiche dell’ascolto, muovendo e mescolando l’aria per sostenere una via d’uscita, cercando dislocazioni nuove nelle articolazioni, ipotizzando dinamiche gestuali che slittano, scivolano, inciampano, soffrono, gioiscono, lacrimano dolore.
Dalla lettura di Preghiera di donne, a cura di Isabella Adinolfi e Giancarlo Gaeta, emerge l’invito alla pratica dei semplici gesti impregnati del soprannaturale: una disciplina dell’attenzione, un raccoglimento interiore, un’accurata coltura della mente e del cuore che apre a vivere in modo nuovo.
Lo sguardo doloroso rivolto verso la compassione è accostato ad un viaggio iconografico fondato su alcune fotografie di Paolo Pellegrin che parlano dell’ingiustizia patita dalle persone in tempo di guerra e del loro dolore immane: una memoria che ci guida attraverso momenti di sofferenza estrema, e che necessariamente s’incarna nei corpi prestati alla danza. Le fotografie accompagnano la stesura del gesto, lo inondano di immagini meditanti, compassionevoli. Tuttavia, il tempo dedicato a quegli attimi passati ci smuove nella forma del dono affinchè si procurino le strategie d’annientamento nel germe dell’oltranzismo.
Foto Laila Pozzo
Preghiera
Tempi di guerra
- coreografia, spazio, luci
Virgilio Sieni
- musica originale
Ascari
- danzatori
Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Vanessa Mattei Scarpaccini, Giulia Mureddu, Andrea Palumbo, Linda Pierucci, Virgilio Sieni
- collaborazione drammaturgica
Gabriella Ripa di Meana
- iconografia fotografica
Paolo Pellegrin
- produzione
Centro Nazionale di produzione della Danza Cango/Firenze, Fondazione Teatro Piemonte Europa, Teatro della Toscana
- con il contributo di
Mic Ministero della Cultura, Regione Toscana con il sostegno di Fondazione CR Firenze